Ore 12 – Pd, cercasi leader doc. A “misura” di Berlusconi

Con un pezzo di Andrea Romano, sempre attento e acuto, il Riformista boccia di fatto la candidatura alla segreteria del Pd di Pierluigi Bersani “persona perbene … ma non sarà il prossimo presidente del Consiglio, non avendo né il profilo né il carisma …”. In sintesi, Romano dice che bisogna cercare il futuro leader del

Con un pezzo di Andrea Romano, sempre attento e acuto, il Riformista boccia di fatto la candidatura alla segreteria del Pd di Pierluigi Bersani “persona perbene … ma non sarà il prossimo presidente del Consiglio, non avendo né il profilo né il carisma …”.

In sintesi, Romano dice che bisogna cercare il futuro leader del Pd fra i “dirigenti” nati nell’era berlusconiana e non più fra quelli vissuti nel Pci.

Tant’è, rincalza l’opinionista, che “Palmiro Togliatti, tornato in patria dopo il ventennio di Benito Mussolini, scelse di puntare sulla generazione cresciuta nel fascismo per costruire una forza politica capace di rappresentare una nazione del tutto diversa da quella che aveva lasciato per l’esilio”.

Il rinnovamento di un partito si pone sempre come problema “politico”, come necessità urgente e non come “esigenza permanente”. Sotto la spinta della necessità si rinnovarono profondamente il Pci, ma anche la Dc e il Psi.

La prima grande sterzata di Togliatti (nel 1946 la “svolta di Salerno” per la creazione di un governo provvisorio con tutti i partiti antifascisti, rivalutando la monarchia e Badoglio; la costruzione di quel “partito nuovo” capace di “aderire alle pieghe della società”) fu il frutto di una attenta e profonda analisi politica del partito, dei partiti avversari, della società italiana (soprattutto dei ceti medi), del mondo dopo la seconda guerra mondiale.

Il capo del Pci mise in guardia il partito dal pericolo “di chiudersi compiaciuto in posizioni di autosufficienza e di settarismo”.

Togliatti puntava ad orientare forze nuove, rivolgendosi direttamente a coloro (in particolare i cattolici) che simpatizzavano per i partiti di centro e di destra, ed estendendo il fronte di lotta. Non scelse il Di Pietro di allora ma cercò per primi gli scontenti e i delusi del fascismo, attento a come si muoveva la Chiesa.

Su quella linea maturò la nuova leva di quadri. Furono spazzati via gruppi trasformisti municipalisti, dirigenti vocati per discussioni astratte, chiusi in una concezione aristocratica e spontaneista del movimento operaio. Al partito fu impresso un forte rigore unitario, organizzativo e politico, riprendendo le Tesi “anti ideologiche” del congresso di Lione di Antonio Gramsci.

“Entri chi vuole combattere con noi, e poi sarà la lotta stessa a selezionare”. Altro che le “primarie” pilotate di oggi!

Così Togliatti costruì il “partito nuovo”, partito del “rinnovamento nella continuità”. I “nuovi” quadri cresciuti nel fascismo si saldarono con i “vecchi” quadri “socialisti”.

Discutere della scelta del un nuovo leader del Partito democratico puntando sull’età anagrafica o se deve essere o no figlio dell’era berlusconiana è come discutere se è nato prima l’uovo o la gallina.

Sui programmi si formano le alleanze fra i partiti. Sulla linea politica e sulla sua capacità di tradurla nei fatti si formano i gruppi dirigenti. Sul campo si conquista la leaderhip.

Ma dov’è nel Pd la linea politica? E dov’è il leader nato nell’era berlusconiana?