Palestina,”Soluzione dei due Stati”: La maggioranza della popolazione non ci crede più

Un sondaggio rivela che la maggioranza dei palestinesi non crede più alla soluzione “due popoli, due Stati”. L’espansione delle colonie in Cisgiordania è una delle motivazioni

Il centro di ricerca Palestinian Center for Policy and Research (Pcpr) rende noti i risultati di un sondaggio, che può sorprendere solo l’opinione pubblica occidentale anestetizzata. La maggioranza dei palestinesi, il 51%, non crede più alla soluzione dei due Stati sovrani (Israele e Stato di Palestina) che vivono l’uno accanto all’altro.

Il motivo della scetticismo sulla soluzione dei due Stati è principalmente dettato dalla continua espansione coloniale di Israele in Cisgiordania. L’85% pensa, poi, che l’aspirazione principale di Tel Aviv sia quella di annettere i Territori occupati nel 1967.

Per il sondaggio, aumenta contemporaneamente l’appoggio alla resistenza armata contro Israele: il 57% del campione intervistato è favorevole a un’ “Intifada o a un’insurrezione popolare“. E sale anche il sentimento d’insoddisfazione verso la leadership palestinese: il 51% del campione è a favore della dissoluzione dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), mentre il 65% vorrebbe le immediate dimissioni del Presidente Abu Mazen, accusato di non essere stato in grado di portare a termine il progetto per la creazione di uno Stato indipendente.

Secondo il 78% degli interpellati, la probabilità di veder nascere un proprio Stato nei prossimi 5 anni sono “da minime a inesistenti”. Infine, i principali responsabili della colonizzazione sono individuati nei paesi partecipanti alla Lega Araba, accusati di essersi disinteressati alla causa palestinese.

Abu Aita, titolare di un piccola compagnia di servizi online e citato nello studio di Pcpr, ha ragione quando afferma che ormai la soluzione dei due Stati è diventata “un mantra senza senso“. Come non rendersi conto, infatti, che sono passati più di vent’anni dagli Accordi di Oslo e che di passi avanti non ce ne sono stati. E, forse, aggiungiamo noi, proprio in virtù di quegli accordi così ambigui non potevano esserne fatti.

L’applicazioni di Oslo fu l’intesa di Taba (1995), firmata dal governo israeliano e dall’Olp, “eletto” ad unico rappresentate legittimo del popolo palestinese. Quello che ne venne fuori già lasciava intendere cosa sarebbe accaduto negli anni a venire. La Cisgiordania fu divisa in una Zona A (il 3% del territorio) sotto l’autorità amministrativa e di sicurezza dell’Anp; una zona B (il 23% del territorio) sotto il controllo amministrativo dell’Anp e quello militare di Israele; e una Zona C (74% del territorio) sotto controllo civile e di sicurezza del governo di Tel Aviv.

A seguire ci fu il meeting di Camp David (2000), passato agli onori delle cronache come “la grande opportunità mancata”. In quell’occasione, il premier israeliano, Ehud Barack, offrì un piano che includeva l’annessione del 9-13% della Cisgiordania, il controllo militare della Valle del Giordano, il controllo dello spazio aereo e delle frontiere di un futuro Stato palestinese, l’autorità piena di Tel Aviv sulla Grande Gerusalemme e un passaggio sicuro per la Spianata delle Moschee. E, come se non bastasse, escludeva qualsiasi presa di responsabilità sulla questione dei profughi palestinesi.

Quello che è accaduto dopo Oslo non può essere certo ricordato in tutti i suoi passaggi in un articolo. Ci basti ricordare che l’Olp è stato subordinato all’Anp, che ha assorbito nelle maglie della sua rete burocratica e corrotta giovani disperati e senza lavoro, che hanno finito per assolvere al ruolo di controllori di Israele; Gaza, mentre Hamas si è progressivamente indebolita, è diventata, secondo la pregnante definizione di un recente saggio di Bartolomei, Carminati, Tradardi edito da Derive e Approdi, “un campo di concentramento a cielo aperto”; gli insediamenti colonici si sono moltiplicati, così come gli strumenti di repressione e sorveglianza di Israele; le operazioni militari, oltre a fare stragi di civili, sono diventate un modo per testare le nuovissime tecnologie militari, da piazzare sul mercato mondiale; i cosiddetti colloqui di pace si sono palesati come uno strumento per indebolire l’unità del popolo palestinese e per erodere la stessa possibilità della nascita di uno Stato palestinese.

La verità è che la soluzione dei due Stati non è mai stata all’ordine del giorno, e questo i palestinesi, ma anche gli israeliani, lo sanno benissimo. Per questo motivo, il sondaggio non desta grande sorpresa. L’unica cosa che stupisce è che una parte consistente degli interpellati si dica ancora pronta ad una nuova insurrezione. In un conflitto così enormemente asimmetrico sul piano politico-militare, questa non è di certo una risposta scontata.