Sei Nazioni 2012: Ermy, ruolo volontario

Sono i protagonisti occulti delle sfide azzurre al 6 Nazioni. Sono i volontari, quegli appassionati che “fanno girare la baracca”. Ne abbiamo conosciuta una.

Li avete visti aggirarsi per l’Olimpico e correre avanti e indietro con il loro giubbotto azzurro. Sono i volontari reclutati dalla FIR, appassionati e amanti del rugby che decidono di vivere le partite della nazionale in modo diverso, prestando le loro conoscenze, tempo e buona volontà per aiutare a fare in modo che lo spettacolo sia perfetto. Stefania Mattana ha intervistato una delle volontarie. 

Lei si chiama Erminia, ma è Ermy per tutti. Gioca a rugby ed è anche un arbitro. Ha conosciuto il programma dei volontari tramite un collega dell’università, ed è già al suo quarto “incarico”. Quando le ho chiesto i motivi per cui ha scelto di fare la volontaria, mi ha risposto così: “La prima volta è curiosità. Poi la voglia di cimentarsi in qualcosa di nuovo, e infine la voglia di rivedere gli amici. Il volontariato è un’ottima occasione per rapportarti a persone con cui condividi un’enorme passione: allenatori, ex giocatori, giocatori, parenti di rugbisti, fanatici… C’è gente di ogni età e di ogni dove”.

Grazie a Ermy, ho scoperto che ci sono oltre 15 mansioni diverse che un volontario può svolgere. “C’è chi si occupa della modesta ma indispensabile bassa manovalanza, come il catering per i volontari e la gestione del centro volontari – mi racconta –. Poi c’è chi sta in biglietteria, chi si cura dell’accoglienza ai disabili e al pubblico. Ci sono le hostess per la zona vip e il reparto media”.

Il compito di Ermy? Una cosa da arbitri. “Ho fatto da guida al Citing Commissioner e al TMO, affinché si potessero muovere agevolmente all’interno dello stadio e che non mancasse loro niente. É stato molto bello, sentivo molto la responsabilità del lavoro”.

Se pensate che fare il volontario equivalga a vedere gratis la partita, vi sbagliate di grosso. “Io l’ho vista, ma è stata una fortuna – racconta Ermy –. Spesso le mansioni ci portano a godere ben poco del match. C’è chi si vede solo gli inni, chi si perde il primo tempo, chi il secondo, se va bene. L’organizzazione spesso cerca di far vedere un pezzetto di partita almeno a tutti, ma non è sempre possibile”.

Niente partita, ti fai un mazzo tanto e torni a casa stremato. Potrebbe sembrare una gran fregatura, ma allora cos’ha di così bello vivere il momento Sei Nazioni da volontario rispetto a viverlo da tifoso, come tutti? D’altronde, gli iscritti al programma sono stati oltre 500, e il volontario è un ruolo molto ambito dai tifosi italiani. “Il volontariato mi ha dato una panoramica in più: c’è il contatto con i giocatori, con il campo, con tutto quello che è il dietro le quinte dell’evento. Vivere la partita dagli spalti è una bella emozione, una giostra di volti, emozioni e colori ben diversa, però, dall’essere volontario. Lì stai dentro il baraccone: una parte della partita, nel tuo piccolo, la fai anche tu, perché se tutto va bene è grazie anche a te”.

Insomma, le parole d’ordine del volontario provetto sembrano 5: tempo, pazienza, volontà, convinzione, responsabilità. “Quando sei lì, non ti puoi lagnare del lavoro che ti hanno affidato, che ti piaccia o no – mi conferma Ermy –. I responsabili ti vengono incontro, se hai qualche richiesta, ma non possono accontentare tutti”.

Un lavoro non per tutti, quello del volontario: se la vostra passione per il rugby non teme ostacoli, allora forse avete trovato un posto nuovo allo stadio. 

 

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