Quella foto del bambino che “sconvolge l’Europa”, e l’emergenza

Considerazioni sulla foto del piccolo migrante annegato. E perché non serve pubblicarla

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Settembre 2015. L’Italia, quella che può permettersele, è rientrata dalle ferie d’agosto. Abbronzature e risate. Sui giornali c’è l’emergenza migranti. Poi arriva la foto. Quella di Aylan, il bimbo di 3 anni morto annegato mentre cercava di raggiungere Kos con un gruppo di migranti. Anzi, è una serie di foto. Una serie di foto terribili, sconvolgenti. E giù tutti a parlarne. A dibattere. Per poi dimenticarsene fra due giorni. Giusto pubblicare? non giusto? Che andrebbero mostrate anche secondo alcuni attivisti.

Ora, ci sono tre motivi per scegliere di mostrare quelle foto.

Il primo è la spettacolarizzazione per attirare lettori. Non voglio nemmeno prenderlo in considerazione. Tanto, chiunque negherebbe di farlo per quel motivo e basta.

Il secondo è “perché l’informazione deve essere libera”. Ma qui non si parla di censura, si parla di scelte (come scrivevo anche sul mio blog personale) giornalistiche. Non si tratta di censurare o di fare i badanti. Si tratta di interrogarsi sull’opportunità della pubblicazione o meno (esattamente come per il caso dello sparatore in Virginia). È una domanda che ci si deve fare di volta in volta. Nel caso della Virginia, per me fu facile il confronto con la redazione: era un fatto privato che diventava addirittura internazionale per l’intento dello sparatore che, nel filmarsi e nel caricare il video dell’atto violento su internet, lo rendeva fruibile alle masse. Non c’era alcun bisogno di pubblicare quel video. Nel caso di Aylan probabilmente è più complesso. Il fatto è pubblico, internazionale a tutti gli effetti. Eppure si può raccontarlo senza la foto. Senza quella foto. Si possono mostrare persone vive e raccontare i morti. È evidente che si possa farlo. E questa è la scelta che facciamo.

Il terzo è “per sensibilizzare”. È la tesi di Calabresi su La Stampa. O la scelta “shock” del Manifesto, che titola in prima “Niente asilo” e ci mette la foto del bimbo riverso in spiaggia, e poi online mette anche quella in cui viene portato via in braccio. C’è poi la scelta del Secolo XIX, controcorrente, che titola Aylan, 3 anni, non ce l’ha fatta. Lui sì. Guardatelo: può ancora avere un futuro. E racconta di un bimbo che ce l’ha fatta. Intendiamoci: non sono per avere la storia positiva a tutti i costi. Sono anni che sensibilizziamo con le immagini. Le prime foto per sensibilizzare con immagini erano quelle degli anni ’80 con i bimbi africani con la pancia gonfia. Poi sono arrivati le foto e i video dei morti del – mai avvenuto – massacro di Timisoara. E ci abbiamo creduto tutti, e ancora adesso si pensa che a Timisoara la securitate abbia ammazzato più di 4000 persone. Adesso questo. A voi sembra che il mondo sia più sensibile e migliore, dopo essere stato così tanto sensibilizzato? A me no. Mi sembra, anzi, che sia assuefatto. E molto peggio di prima.

Quella foto è diventata virale. È “la foto che sconvolge l’Europa”. I virus non fanno bene.

A proposito: qui su Blogo abbiamo deciso di togliere una volta per tutte quella parola, emergenza. Le migrazioni di esseri umani sono sempre esistite, non sono un’emergenza. Sono un fatto connesso con la natura umana. Su Blogo, troverete la parola emergenza solo associata ai momenti immediatamente seguenti a una catastrofe naturale.

[Aggiungo: per chi non ama il dibattito su questa foto, preciserei che nel “dibattito” su una foto c’è, in realtà, un “dibattito” sulla funzione stessa del giornalismo nella società].

[Nota: se ne parla anche sul gruppo Facebook Media, comunicazione e giornalismo, oppure qui e qui]

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