Enzo Baldoni, 26 agosto 2015, come tutti gli anni

Enzo Baldoni, 26 agosto 2015.

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Oggi è un anniversario dispari. Un anniversario di una data presunta, e della morte di un uomo che non molti ricordano e che ancor meno, probabilmente, ricorderanno. Scommetto che lo farà Mauro Biani, mi dico. Mentre me lo dico, controllo: scommessa vinta, ma forse era facile. Oggi è l’anniversario dispari, l’undicesimo, della data presunta di morte di Enzo Baldoni.

Enzo Baldoni lo leggevo sul suo blog dall’Iraq quando ero un blogger – nel significato più puro di questo termine.

Enzo Baldoni è stato oggetto di una campagna derisoria da parte di certa stampa, che avrebbe dovuto farci capire molte cose del periodo che stavamo vivendo e di quello che avremmo vissuto. È stato anche santificato da altri, e nemmeno questo, probabilmente, a leggerlo, gli sarebbe piaciuto. E nemmeno questo dovrebbe far piacere a noi.

Enzo Baldoni partiva, osservava, scriveva e raccontava. Da Cuba, dalla Colombia, dall’Iraq. Poi basta. Non avrebbe mai scritto le pagine più oscene del giornalismo nostrano, un giornalismo prono e, nel migliore dei casi, ideologo; un giornalismo che pensa al volume e non al valore. Un giornalismo che copia le veline e si lascia incorporare, come un qualsiasi post su Facebook (si dice embedded, e non è un caso che il termine sia lo stesso, in inglese).

Enzo Baldoni va ricordato. Il già citato Mauro Biani, nella sua vignetta di oggi per il Manifesto, prova a immaginare dove sarebbe andato, Enzo. In Siria, o a Lampedusa, o al confine macedone. O magari in Grecia. O forse in tutti e quattro i posti.

Ci manca, sì. E dovrebbe mancare anche a chi non lo ha mai conosciuto.

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