Primarie Partito Laburista, Brexit: Corbyn spiazza tutti. “Dobbiamo discuterne nel partito”

Jeremy Corbyn, favorito per le primarie del Labour, rompe un tabù a sinistra. In un’intervista, ha dichiarato che è necessaria una conferenza straordinaria per discutere del referendum sulla Brexit

Se vince Jeremy Corbynla Gran Bretagna sarà un paese meno sicuro” (cit. Indipendent), ha detto il premier inglese, David Cameron, commentando una dichiarazione del candidato favorito alle primarie laburiste. Le parole del leader dei tories si riferiscono ad un intervento sulla politica estera di “Jeremy il rosso”. Ivi, proponendo un nuovo approccio strategico in Medio Oriente, ha accostato le azioni americane a quelle dello Stato Islamico. Per il deputato del Labour, in sostanza, non si è ancora superato il fallimentare paradigma di aggressione che ha portato alla guerra in Iraq e ha prodotto risutlati disastrosi.

Al di là delle polemiche, la reazione del Primo Ministro è indice del fatto che il politico pacifista, sostenitore di investimenti pubblici e di misure a salvaguardia dell’ambiente, sta facendo saltare i nervi a tutti. La sua campagna procede, infatti, trionfalmente: i comizi registrano presenze senza precedenti, tanto che in più di un’occasione ha dovuto ripetere il discorso per i sostenitori che non sono riusciti ad entrare nelle affollatissime arene. E le polemiche che il suo stesso partito sta montando contro di lui non sembrano aver scalfito la sua immagine.

Ricordiamo, a tale riguardo, che Tony Blair e Gordon Brown hanno pubblicamente invitato a non votarlo per evitare una (presunta) successiva disfatta alle urne. Inoltre, come riportato dall’Indipendent, segnaliamo che il Labour continua a rifiutare registrazioni alle primarie di cittadini che in precedenza erano stati membri del partito e che poi hanno deciso di abbandonarlo, perché deluse dalle politiche liberiste inaugurate con l’era della Terza Via.

A colpire, del programma elettorale di sinistra di Corbyn, è senz’altro la posizione che ha assunto sulla Brexit. Decisamente eterodossa fra quelle in campo, perché finora si è creata una sorta di opposizione virtuale tra conservatori e progressisti, dove i primi giocano il ruolo degli “euro-fobici” e i secondi degli “euro-entusiasti”.

In una intervista rilasciata alla Reuters, il laburista esprime un parere differente rispetto all’establishment del suo partito sul referendum che chiederà ai cittadini del Regno Unito se vorranno o meno rimanere nell’Unione Europea (evidenziamo che la questione non riguarda la moneta, la Gran Bretagna non ha aderito all’euro).

Corbyn ha prima premesso che crede in un’Europa diversa da quella attuale: “con una maggiore solidarietà sociale“. Ed ha aggiunto sul tema: “sono favorevole ad una sorta di agenda sociale-ambientale piuttosto che ad un ordine del giorno dettato dal mercato“. Fino a qui niente di nuovo per chi conosce le battaglie del deputato laburista. Ma poi in merito alla questione del referendum ha dichiarato: “Dovremmo avere una discussione nel partito laburista su questo, forse una conferenza straordinaria […] Ci sono molti punti di vista sull’Europa nel partito laburista e non vorrei trascurarne nessuno“.

Se Corbyn fosse eletto leader e ricevesse un pronunciamento formale della propria base contro la permanenza nella Ue, si aprirebbe un qualcosa di inaspettato. I laburisti, da sempre schierati per il si al referendum, potrebbero , a sorpresa, optare per il no ed opporsi ai Tory, che vincolano la presenza della Gran Bretagna in Europa a delle concessioni sulla libera circolazione e sull’immigrazione.

A proporre apertamente un’uscita dall’Unione, per ora, ci sono solo gli euroscettici dell’Ukip. Il partito di Nigel Farage avalla la Brexit da destra, cavalcando un certo malcontento dei ceti più popolari, che percepiscono gli immigrati come il “nemico”, e di una certa classe media britannica, che teme i danni di una progressiva integrazione nell’Eurozona. Per contenere tale tendenza, i Conservatori continuano a fare la voce grossa contro Bruxelles e a proporre misure anti-immigrazione, che nel medio periodo potrebbero causare non poche ripercussioni negative sull’economia inglese.

Tuttavia, è difficile che i Tories sostengano davvero la Brexit. Gli istituti finanziari (basti guardare alla clamorosa presa di posizione del colosso bancario Hsbc durante la scorsa campagna elettorale) e il capitalismo rampante della City non accetterebbero mai una soluzione simile. E i conservatori sono legati a questo mondo non solo ideologicamente, ma anche economicamente.

Corbyn, invece, pone in questione il mercato unico europeo improntato sul liberoscambismo, che, a suo avviso, produce diseguaglianze e bolle speculative. Ovviamente, però, bisognerà strutturare attentamente proposte alternative alla Ue perché il rischio è di perdere la visione generale. Facciamo un esempio: se il Regno Unito decidesse di aderire singolarmente all’Organizzazione Mondiale del Commercio, mentre ora vi partecipa sotto la bandiera Ue, praticamente si finirebbe sulle posizioni più conservatrici, e minoritarie, dei Tories.

Resta il fatto che Corbyn ha lanciato un segnale interessante, per la prima volta la Ue e il mercato comune non vengono presupposti come “dato” da un esponente della sinistra continentale.

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