Massimo D’Alema lancia il sasso (contro Veltroni) ma ritira la mano

Prosegue a tappe forzate lo “smarcamento” di Massimo D’Alema da Walter Veltroni e dalla segreteria del Partito democratico. A margine della presentazione del quaderno di Italianieuropei sul federalismo l’ex premier dice che “In un partito democratico si può anche votare, ma questo è un problema che attiene i dirigenti di un partito ed esula dalla

Prosegue a tappe forzate lo “smarcamento” di Massimo D’Alema da Walter Veltroni e dalla segreteria del Partito democratico.

A margine della presentazione del quaderno di Italianieuropei sul federalismo l’ex premier dice che “In un partito democratico si può anche votare, ma questo è un problema che attiene i dirigenti di un partito ed esula dalla mia competenza. Sceglieranno loro le modalità migliori di affrontare le diverse questioni”.

Dichiarazione che la dice lunga sulla tattica usata in vista della resa dei conti nel Pd dopo le prossime elezioni del 6 e 7 giugno: gridare ai quattro venti di non avere nessuna responsabilità nella direzione del partito, nella sua strategia e nella sua gestione e addossare ad altri, in primis a Veltroni, le colpe della (prevista) debacle elettorale.

Il “lider” maximo rivendica chiarezza nel confronto politico interno, di fatto ha però impostato un gioco che tende a intorpidire ancora di più le acque di un partito già profondamente diviso e senza bussola.

In tal modo, invece di presentarsi come super partes o padre nobile, Massimo D’Alema rischia di diventare il “cecchino” con un’arma spuntata, di rimanere con il cerino in mano e alla fin fine fare da “parafulmine” dei temporali in arrivo.

E’ evidente che D’Alema oramai non condivide niente di “questo” Pd. Ed è altrettanto evidente che lui per primo è rimasto in mezzo al guado, intrappolato.

Con la campagna elettorale già iniziata, è troppo tardi per aprire uno scontro interno e puntare al cambio di leadership ed è nel contempo troppo presto per il redde rationem finale. Meglio attendere il responso delle urne e, di fronte al ko, raccogliere lo “scalpo” di Veltroni sul piatto d’argento delle urne.

Ecco perché D’Alema lancia il sasso ma ritira la mano. Rischiando però di rimanere fra l’incudine e il martello.

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