La DC di Pizza farà annullare le elezioni: il caso Messina

Giuseppe Pizza è il legittimo segretario politico della Democrazia Cristiana fondata da Alcide De Gasperi nel 1942. Almeno secondo una sentenza del 2006 del Tribunale di Roma, impugnata in appello già sedici mesi fa. La parola definitiva la dirà probabilmente la Corte di Cassazione, fra almeno dieci anni.Nel frattempo la lista elettorale di Pizza –

di dario10

Giuseppe Pizza è il legittimo segretario politico della Democrazia Cristiana fondata da Alcide De Gasperi nel 1942. Almeno secondo una sentenza del 2006 del Tribunale di Roma, impugnata in appello già sedici mesi fa. La parola definitiva la dirà probabilmente la Corte di Cassazione, fra almeno dieci anni.

Nel frattempo la lista elettorale di Pizza – “Democrazia Cristiana”, con tanto di scudo griffato libertas – è stata esclusa dalle elezioni politiche 2008 perché, secondo il Ministero dell’Interno e l’Ufficio Elettorale Centrale Nazionale, il simbolo poteva confondersi con quello dell’UDC di Pierferdinando Casini. Quindi, niente Pizza.

Contro l’esclusione fu presentato ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale di Salerno, che il 20 marzo ribadì: ancora niente Pizza. Ma ieri è arrivato un colpo di scena, che potrebbe innescare una reazione a catena assolutamente imprevista dagli attori di questa disputa.

Infatti il consiglio di Stato ha deciso la riammissione cautelare (attenzione: cautelare) della lista di Pizza alla consultazione elettorale del 13-14 aprile 2008.

In termini più semplici: non è detto che Pizza abbia diritto a partecipare alle elezioni. Questo lo deciderà nel merito il TAR del Lazio. Ma siccome Pizza potrebbe – forse! – avere ragione, il Consiglio di Stato, nell’incertezza, gli dà il diritto di partecipare.

Che succede però se il TAR Lazio stabilisce che Giuseppe Pizza aveva torto e non doveva partecipare con la sua DC? Semplice: si annullano le elezioni politiche generali e si torna tutti al voto.

Sembra fantascienza, ma esiste un precedente: il Comune di Messina.

Nel novembre 2005 a Messina è stato eletto sindaco Francantonio Genovese, candidato dell’Unione. Ma le elezioni sono state annullate e il Comune è stato commissariato per decisione dei giudici del Consiglio di Giustizia Amministrativa (l’equivalente del Consiglio di Stato per la regione Sicilia).

Questo perché un tale Antonio Di Trapani, napoletano, si era candidato alle amministrative messinesi con la lista del Nuovo Psi che faceva riferimento a Gianni De Michelis (il Giuseppe Pizza della situazione). In quel periodo, De Michelis aveva appena fatto causa a Bobo Craxi per stabilire chi dei due fosse il vero segretario del Nuovo Psi e avesse il diritto di usare il simbolo del garofano.

A pochi giorni dalle elezioni messinesi, il TAR di Catania ordinò alla Commissione elettorale di eliminare dalle schede elettorali – in via cautelare – la lista del Nuovo Psi.

A elezioni avvenute e a sindaco eletto, il Tribunale civile di Roma diede però ragione a De Michelis, dichiarandolo segretario legittimo del Nuovo Psi. Ne conseguì un ricorso contro la decisione del TAR Catania di escludere la lista, e infine l’annullamento delle elezioni messinesi.

Il pericolo che questo stesso schema si riproduca a livello nazionale – consegnando ai giudici amministrativi il potere di annullare le elezioni politiche – è più che concreto.

Saggezza imporrebbe quindi un consistente rinvio delle elezioni, in attesa di una conclusione definitiva – quantomeno sul piano amministrativo, se non civile – della questione Pizza. Con effetti apocalittici sull’immagine dell’Italia nel mondo e sulla credibilità delle istituzioni.

Ma c’è anche un altro problema. Il Consiglio di Stato ha stabilito ieri che «le controversie relative alla fase antecedente le elezioni […] devono ritenersi rientranti nella giurisdizione del giudice amministrativo». Si apre quindi un nuovo fronte di conflitto, quello relativo ai vari ricorsi presentati contro l’ammissione del Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo.

In relazione a tali ricorsi, gli organi amministrativi si sono fin qui dichiarati incompetenti: ma da domani non potranno più farlo. In presenza di questo clamoroso vuoto legislativo, aumenta a dismisura il potere di ricatto di chiunque volesse ricorrere al TAR per far rinviare le elezioni. Forse solo un decreto legge molto astuto (e di dubbia legittimità) può tappare la falla che rischia di far affondare la nave.

Stavolta, il sistema elettorale italiano è stato colpito al cuore.