PingPong speciale: voto che vai, paese che trovi

Scoppia il caso Dc, riammessa alla elezioni dal Consiglio di Stato. All’ordine del giorno c’è adesso lo slittamento del voto. Mai successo, in Italia! Il colpo più duro al “Palazzo”, che brancola nel buio e vacilla. Questa storia delle elezioni da rinviare, questa ridicola storia da repubblica delle banane, comunque finirà, finirà male. E’ l’ultimo

Scoppia il caso Dc, riammessa alla elezioni dal Consiglio di Stato. All’ordine del giorno c’è adesso lo slittamento del voto. Mai successo, in Italia! Il colpo più duro al “Palazzo”, che brancola nel buio e vacilla. Questa storia delle elezioni da rinviare, questa ridicola storia da repubblica delle banane, comunque finirà, finirà male. E’ l’ultimo colpo alla credibilità della politica, delle istituzioni, dei giudici, dell’intera classe dirigente di questo martoriato paese.

Mentre i due leader del Pdl e del Pd si esercitano in inutili manfrine virtuali manfrine senza capo né coda, parlando ognuno davanti alla propria ombra (perché agli italiani è persino vietato assistere a una “sfida” reale sui programmi fra chi si candida a dirigere per cinque anni la nazione) e fanno il conto alla rovescia (10 giorni alle urne), il voto stesso si allontana. Diventa possibile, e anzi probabile, il rinvio. A data da destinarsi. Come rimandare un incontro di calcetto con gli amici del bar. E non un confronto che impegna l’intero paese, il plebiscito per sancire il diritto dovere degli italiani alla democrazia. Cioè salvaguardare la libertà e lo sviluppo di sessanta milioni di cittadini. Cittadini cui mancava solo assistere a questa farsa che rischia di tramutarsi in dramma.

Il Consiglio di Stato ha riammesso la Democrazia Cristiana di Pizza dopo la “incostituzionale” bocciatura del Viminale il 4 marzo scorso. La Dc chiede (perché no?) la par condicio e quindi di avere le stesse condizioni degli altri partiti in lizza (a cominciare dai 30 giorni per fare campagna elettorale) e quindi chiede di spostare il voto di un mese. La patata bollente (incandescente!) piomba nelle mani del ministro dell’Interno Amato che, arrampicandosi sugli specchi, di fatto apre la via del rinvio delle elezioni. Un fatto, lo ripetiamo, mai accaduto nella storia d’Italia. Fuoco alle polveri.

Berlusconi: ”Nessuno slittamento! Sarebbe un dramma perdere ulteriore tempo. Faccio un appello alla Dc, affinchè abbia senso di responsabilità e rinunci alla richiesta di avere altri giorni per la campagna elettorale”.

Veltroni: “Sono assolutamente contrario al rinvio delle elezioni. Sarebbe un colpo gravissimo all’immagine dell’Italia”. Gli fa eco l’ex margheritino, oggi capogruppo del Pd alla Camera, Antonello Soro: ”Dato i ritardi che l’Italia ha, passeremmo agli annali della cronaca mondiale come farsa se adesso si aggiungesse anche il signor Pizza come responsabile di un ulteriore ritardo delle elezioni. Bisogna evitare questo scempio”.

Da fiction televisiva. Anche stavolta non si sa perché si è giunti a questo punto. Non si sa chi ha ragione e chi ha torto. Delle due l’una: o la Dc non ha le prerogative legali e quindi deve restare fuori dalle elezioni e basta. O se la “legge” garantisce allo Scudo crociato di scendere in campo, questo partito, piccolo o grande che sia, anche avesse un solo voto, deve godere alla pari di tutto ciò che viene garantito agli altri. Altrimenti, addio stato di diritto.

Sarebbe un colpo di piccone alla libertà di ognuno. Berlusconi non vuole slittamenti del voto perché ha paura del recupero di Veltroni. Il leader del Pd non vuole la Dc con un potenziale di un milione di voti pro Berlusconi. Anche se adesso il partito di Pizza non ha più nessuna intenzione di portare acqua al Cavaliere. Soro dimostra solo la propria arroganza politica e la propria vocazione all’inciucio, a fare dell’Italia una terra di conquista, da spartirsi fra due parti. La Dc non indietreggia e addirittura chiede il sequestro del simbolo dell’Udc di Casini, quasi simile a quello del partito di Pizza.

L’incendio rischia di allargarsi. Ogni colpo di scena è possibile. A chi l’ultima parola? Devono decidere governo e presidente della Repubblica. Il mondo ci guarda. E scuote la testa.