Heineken Cup: intervista a Sonny Parker degli Ospreys

Sabato pomeriggio a Monigo arriveranno i gallesi Ospreys per il secondo turno della Heineken Cup. Una sfida celtica per la Benetton Treviso che ritroverà un vecchio avversario, conosciuto ai tempi della sua militanza nel Viadana. Sonny Parker, trequarti centro, racconta a Rugby 1823 il presente, il passato e il futuro del rugby secondo lui.Sonny, come

Sabato pomeriggio a Monigo arriveranno i gallesi Ospreys per il secondo turno della Heineken Cup. Una sfida celtica per la Benetton Treviso che ritroverà un vecchio avversario, conosciuto ai tempi della sua militanza nel Viadana. Sonny Parker, trequarti centro, racconta a Rugby 1823 il presente, il passato e il futuro del rugby secondo lui.

Sonny, come giudichi questa prima parte di stagione degli Ospreys?
Stiamo giocando molto bene. L’avvio in Pro 12 è stato più che positivo e anche in Heineken Cup l’esordio è stato all’altezza.

Se devi scegliere, Pro 12 o Heineken Cup?
Ogni squadra, ogni giocatore sogna di vincere l’Heineken Cup. E’ il trofeo più importante d’Europa, vi sono le squadre migliori e si vede il livello qualitativo più alto dell’Emisfero Nord. Chiunque sogna un giorno di vincerla.

Conosci bene il rugby italiano. Cosa ne pensi, come vedi l’evoluzione del nostro movimento?
Ho giocato un anno a Viadana, è stata una bellissima esperienza ed effettivamente conosco bene il vostro movimento. Reputo che stia crescendo sempre più e l’ingresso in Celtic League ha dato una bella accelerata. State crescendo molto e sono convinto che ci vorrà poco prima che le due squadre italiane possano lottare per il titolo in Pro 12. Soprattutto Treviso ha un bel gioco e grandi giocatori.

Il Galles ha raggiunto la semifinale mondiale con una squadra giovanissima. Tu sei un giocatore molto esperto. Quanto conta il mix tra giovani ed esperti in una squadra?
Io ho iniziato giovanissimo a giocare ad alto livello e avere vicino giocatori più esperti mi ha sicuramente aiutato a crescere velocemente e meglio. Ma reputo che anche per la squadra avere l’entusiasmo dei giovani e l’esperienza dei vecchi sia importante per arrivare ai risultati che si vogliono raggiungere.

Sei nato e cresciuto in Nuova Zelanda, hai giocato in Italia e hai costruito la tua carriera in Galles. Tre realtà rugbistiche molto diverse?
Non direi. Se si parla di rugby giocato, di allenamento, non vedo grandi differenze tra un mondo o l’altro. Certo, magari il livello è diverso, ma il rugby è quello. La grande differenza – che per me è stata fondamentale – è la gestione giovanile. Nell’Emisfero Sud la struttura delle giovanili è molto più accurata, professionale. Vivi per il rugby e hai molte più opportunità di crescere rispetto all’Europa.

Capacità atletiche vs. skills. Chi vince per avere un ottimo trequarti?
Dipende molto dal ruolo di un giocatore. Quello che è certo è che con l’evoluzione del rugby, con la sua velocizzazione, un centro per esempio deve avere delle qualità tecniche molto più simili a quelle di un’apertura. Saper muovere l’ovale velocemente, avere un buon piede sono caratteristiche ormai fondamentali. Ma servono anche qualità fisiche che nel nuovo rugby sono sempre più decisive e indispensabili. Serve, come sempre, un giusto mix, ma sono convinto che l’allenamento delle skills resti prioritario. 

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