Sport&Politica – Un mondiale può decidere le sorti di un governo

Può uno sport essere così importante da decidere le sorti di un governo o le elezioni politiche di un Paese? Se lo sport è il rugby e la nazione è la Nuova Zelanda, allora è assai probabile. E’ già successo in passato e potrebbe ricapitare tra poche settimane. A raccontarcelo, in un articolo veramente bello

Può uno sport essere così importante da decidere le sorti di un governo o le elezioni politiche di un Paese? Se lo sport è il rugby e la nazione è la Nuova Zelanda, allora è assai probabile. E’ già successo in passato e potrebbe ricapitare tra poche settimane. A raccontarcelo, in un articolo veramente bello e interessante, è l’amico e collega Damiano Benzoni che ringrazio per l’ottimo contributo.

“È il miglior leader che questa nazione abbia mai avuto”: così l’ha definito Graham Henry in un’intervista all’Irish Times. Non si tratta di uno statista illuminato, di un condottiero, di un rivoluzionario, di un politico riformista. Si tratta di un terza linea: Richie McCaw, capitano della nazionale neozelandese di rugby che recentemente ha messo le mani su una Coppa del Mondo che la Nuova Zelanda attendeva e agognava da 24 lunghi anni. Graham Henry, l’autore della frase, di questo successo è stato l’artefice dalla cabina di comando, essendo da otto anni allenatore degli All Blacks. Osservando con attenzione il significato che può assumere in Nuova Zelanda la Coppa del Mondo di rugby, però, si capisce che la frase è meno iperbolica di quanto possa sembrare a prima vista.
Gli All Blacks hanno riportato in patria la Coppa del Mondo di rugby per la prima volta dopo il trionfo nell’edizione inaugurale del 1987. Poca solidità mentale, tensioni e aspettative eccessive, gli occhi di una nazione costantemente puntati addosso: questi fattori avevano sempre fatto inciampare la nazionale neozelandese nella rincorsa al titolo mondiale, vinto nelle altre edizioni da Australia, Sudafrica (due volte ciascuna) e Inghilterra. I neozelandesi sono riusciti ad impossessarsi del titolo solo nelle due edizioni disputate in casa loro. Anche in quest’occasione gli All Blacks sono arrivati sull’orlo del baratro: nella finale contro una sorprendente Francia – già più volte carnefice dei sogni mondiali della nazionale dalla felce argentea – la squadra di Henry e McCaw ha rischiato di pagare cara la palpabile tensione, vincendo 8-7 una partita tutta nervi e poco spettacolo e giocando tutto il secondo tempo con le spalle al muro mentre i francesi tentavano invano di infilare la stoccata decisiva. Sarebbe stato un colpo troppo forte per una nazione che, dalla fine della RWC 2007, aveva dato appuntamento al resto del mondo ad Auckland e si era preparata al punto da istituire, il 5 novembre 2007, un ministero per la Coppa del Mondo. Il dicastero è stato presieduto per  il primo anno dal laburista Clayton Cosgrove, sostituito dopo le elezioni del 2008 dal conservatore del National Party Murray McCully che, oltre a occuparsi della RWC 2011, è anche ministro degli Affari Esteri e dello Sport e Ricreazione.
Prima della finale l’ex All Black, ora allenatore della nazionale australiana, Robbie Deans ha dichiarato scherzosamente a Eurosport: “Il governo dev’essere molto eccitato del potenziale per una vittoria, visto che tra un mese ci saranno le elezioni”. Potrebbe sembrare solo una battuta se non fosse che, secondo un sondaggio promosso da TVNZ, circa un terzo dei cittadini neozelandesi ritiene la Coppa del Mondo più rilevante delle elezioni generali. E se non fosse che persino la Victoria University di Wellington, la capitale dell’isola della grande nuvola bianca, si è interrogata sull’argomento chiedendo a un esperto di media studies e a uno di psicologia se vincere la Coppa del Mondo avrebbe potuto “fare la differenza”. Secondo il primo dei due professori, il professor Peter Thompson, sarebbero tre i meccanismi in grado di influenzare indirettamente il voto dei neozelandesi: lo spostamento dell’attenzione mediatica sull’evento sportivo, con l’effetto di togliere spazio agli argomenti di discussione politica; il cosiddetto feel-good effect per cui per un certo periodo di tempo, dopo un grande successo sportivo, la popolazione sente in modo meno acuto le problematiche socio-economiche del proprio paese; e la possibilità che il governo cerchi di associarsi simbolicamente con il successo della nazionale in campo sportivo.
Non è la prima volta che le elezioni generali in Nuova Zelanda – che si tengono ogni tre anni – coincidono con l’anno della Coppa del Mondo: successe già nel 1987, quando gli All Blacks vinsero il titolo inaugurale e il laburista David Lange ottenne la rielezione, e nel 1999, anno in cui la nazionale di Lomu e Mehrtens fu fermata dalla Francia in semifinale e poi beffata nella finale di consolazione dal Sudafrica. In quell’occasione, come ricorda nel suo articolo More at stake in Cup than rugby il columnist del New Zealand Herald Brian Rudman, la Nuova Zelanda fu spazzata da un'”ondata di tetra tristezza” a sole cinque settimane dalla consultazione elettorale che vide il governo del National Party di Jenny Shipley sconfitto per otto punti percentuali dai laburisti di Helen Clark. Secondo il politologo della Victoria University Nigel Roberts, intervistato da Anthony Hubbard del Sunday Star Times, il governo di David Lange “avrebbe vinto comunque, anche se certo la vittoria neozelandese non ha guastato”, mentre la disfatta della nazionale nel 1999 non fu altro che “l’ultimo chiodo nella bara del governo Shipley” che, nel suo terzo mandato, si era trascinato rimanendo attaccato al potere solo grazie a una “poco decorosa raccolta di parlamentari dei partiti minori”. Per vedere se la regola si conferma una terza volta, non resta che attendere il 26 novembre, data delle elezioni generali di quest’anno, e vedere se il conservatore John Key riuscirà a sconfiggere la concorrenza del laburista Phil Goff e a farsi rieleggere.


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