Armistizio Pd. Ma c’è il macigno dell’astensione di D’Alema

Nella vecchia Democrazia Cristiana, ma anche nel vecchio PCI, le riunioni della Direzione (a porte chiuse) finivano senza clamore. Ma il giorno dopo cambiava tutto. Era facile capire, con promossi e bocciati, chi aveva vinto e chi aveva perduto. E soprattutto la gente capiva bene qual’era la linea del partito: prendere o lasciare. Invece in

Nella vecchia Democrazia Cristiana, ma anche nel vecchio PCI, le riunioni della Direzione (a porte chiuse) finivano senza clamore.

Ma il giorno dopo cambiava tutto. Era facile capire, con promossi e bocciati, chi aveva vinto e chi aveva perduto. E soprattutto la gente capiva bene qual’era la linea del partito: prendere o lasciare.

Invece in questo Partito democratico degli “armistizi” fasulli, delle battaglie politiche fatte sui media o nei caminetti, partito dei grandi proponimenti sempre annunciati e mai realizzati, si vota come ai tempi del Centralismo democratico di leninista memoria e, come allora, si “approva la relazione del segretario con il contributo degli interventi”.

E’ un vecchio e logoro clichè. E’ la nuova “pax democratica”: nessuno è d’accordo con nessuno, i “distinguo” tratteggiano linee alternative che però non vengono mai proposte, non producono conseguenze politiche e organizzative.

Quindi tutti buoni, in marcia “uniti” per non andare a picco con la barca in cui si sta viaggiando. Sperando nella buona stella. Che cambi l’aria.

Un partito non è una azienda, né una questura. Conferire a Veltroni i poteri di “commissariamento” (seppure subordinati all’approvazione del parlamentino) significa creare caos nel territorio, anche laddove la situazione è normale. In ben altro modo si cura la mala pianta della “questione morale”, della degenerazione del “partito degli amministratori”.

Non un passo avanti la Direzione ha fatto sui nodi del rapporto con Berlusconi (avanti con il muro contro muro), della legge elettorale, delle alleanze, della collocazione del Pd a livello europeo, della riforma della giustizia.

Respinta (ma con la significativa astensione di D’Alema) la mozione di Marco Follini che chiedeva l’esplicita dichiarazione della rottura dell’alleanza con l’Italia dei valori e respinta quella di Luca Sofri e Mario Adinolfi per una maggiore democrazia interna e un maggior rinnovamento della classe dirigente.

D’Alema (suo l’intervento di maggior spessore politico e culturale) ha visto riconosciute in parte nel documento finale le sue posizioni sul “rafforzamento del partito” e sulla necessità di una riflessione critica sulle primarie. D’Alema ha detto che il “Pd è una amalgama mal riuscita” e ha messo in guardia dal “rischio della primarizzazione delle cariche di partito” che porta al “correntismo di massa”. Come dire, siamo al pre fallimento.

Fassino ha detto che il “Pd ancora non c’è”.

Dall’esterno è Pier Ferdinando Casini a lanciare il sasso, un vero e proprio pietrone sulla giustizia: “ Pavento che gli attacchi al Pd possano essere una forma di intimidazione sui temi della giustizia, ci troviamo di fronte a un potere impazzito: la giustizia in Italia è malata”.

Ecco, la riunione del Pd (e il confronto attorno al Pd) inizia adesso.

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