Italia, Paese delle lobby

Secondo Transparency l’Italia è uno dei fanalini di coda europei per quanto riguarda la trasparenza nelle attività di lobbying

Non che ci volesse un rapporto di Transparency per informare gli italiani di quanto le lobby pesino sull’economia e sulla vita dell’Italia: è sufficiente viverci per un po’, capire le dinamiche che regolano le decisioni in tutto ciò che può generare profitto. E mentre dall’altra parte dell’Atlantico il premier Renzi promette un’Italia basata sul merito, i dati del rapporto Lobbying in Europa ci relegano, ancora una volta, nei bassifondi della democrazia continentale.

Tre sono i parametri dell’analisi compiuta da Transparency sul peso delle lobby nei Paesi europei: 1) la trasparenza al pubblico delle relazioni tra politici e lobbisti; 2) la regolamentazione sulla condotta etica degli stessi, diciamo la loro integrità; 3) l’apertura del potere pubblico al pluralismo di voci e interessi. Le valutazioni espresse sulla base di questi tre parametri ci bocciano. Nel livello di trasparenza l’Italia è misurata all’11% ben al di sotto della media dei 19 Paesi che è del 26%. Peggio di noi ci sono solo Spagna, Ungheria e Cipro. Se, invece, si valutano i meccanismi pensati per favorire i comportamenti etici fra i lobbisti e i decisori l’Italia è a quota 27 contro una media continentale di 33. Nella graduatoria delle norme pensate per promuovere una pluralità di voci nel sistema politico l’Italia si ferma al 22% contro una media del 33%.

Insomma l’Italia continua a giocare sui due tavoli: quello dello statalismo (qualcuno si ricorda ancora della ventilata abolizione dei finanziamenti pubblici ai partiti?) e quello del liberismo (con le lobby che hanno trovato rinnovato vigore con l’attuale premier).

L’Europa appare estremamente inadeguata, sia dal punto di vista giuridico che da quello politico: soltanto Austria, Francia, Irlanda, Lituania, Polonia, Slovenia e Gran Bretagna, infatti, prevedono una forma di registrazione delle lobby.

Al Senato è al vaglio un disegno di legge, composto da quindici articoli e firmato da Orellana e Battista, che mira a regolamentare l’attività di lobbying conformandone le attività “ai principi di pubblicità, partecipazione democratica, trasparenza e conoscibilità dei processi decisionali” e obbligando i lobbisti a “predisporre una periodica relazione sull’attività svolta”. Insomma se lobby c’è, la si deve fare alla luce del sole come avviene in Paesi come Canada e Stati Uniti dove ogni attività è severamente regolamentata.

Via | L’Espresso