La Palestina diventa membro della Corte Penale Internazionale

La Palestina diventa membro della Corte Penale Internazionale. Chiederà conto dei crimini a Gaza e della colonizzazione in Cisgiordania e a Gerusalemme est. Smentite le voci di un accordo sottobanco tra Anp e Israele

E’ di pochi minuti fa la notizia che la Palestina è diventata formalmente membro della Corte Penale Internazionale. In questo modo, sarà possibile aprire un fascicolo per presunti crimini di guerra contro lo Stato di Israele. L’Ingresso dell’Autorità Nazionale Palestinese è stato celebrato con una cerimonia a porte chiuse all’Aja, dove ha sede il tribunale. Come da procedura, il tutto è avvenuta 90 giorni dopo l’adesione allo Statuto di Roma.

Con l’adesione alla Corte Penale e il riconoscimento della sua giurisdizione, l’esecutivo di Ramallah potrà chiedere conto dei crimini di cui si sarebbe macchiato Israele nei Territori Occupati, a partire da quelli commessi la scorsa estate nell’operazione Margine Protettivo.

Precisiamo che secondo alcune indiscrezioni, pubblicate dalla stampa e poi smentite, l’Anp non avrebbe dovuto avvalersi del tribunale riguardo alla questione dei territori occupati. La motivazione di questa scelta, stando a quanto trapelato nei scorsi giorni, sarebbe stata da ricondursi ad una sorta di contropartita politica nei confronti di Israele.

A tale riguardo, segnaliamo che Tel Aviv ha recentemente deciso di decongelare le entrate (circa 127 milioni di dollari) delle tasse destinate a Ramallah. Così il governo di Abu Mazen, in segno di distensione, avrebbe deciso di soprassedere sulle unità abitative coloniche, che hanno invaso della Cisgiordania e di Gerusalemme est.

Sul tema era intervenuto anche il Jerusalem Post, quotidiano conservatore vicino a Benjamin Netanyahu. Il giornale aveva reso noto, in un’esclusiva, che l’unica azione penale che l’Anp avrebbe intentato contro Israele sarebbe stata quella inerente alla Striscia di Gaza.

Poi è arrivata la secca smentita, o la marcia indietro secondo alcune fonti. Jamal Muheisen, appartenente alla segreteria di Fatah, ha voluto evidenziare oggi che “l’attività di colonizzazione è considerata un crimine di guerra secondo il diritto internazionale” e che è necessario impegnarsi affinché Israele “sia tenuta a risponderne”. Dunque, niente accordi sottobanco.

Tale presa di posizione potrebbe essere maturata, come riporta l’Agenzia stampa Nenanews, dopo che il premier israeliano ha puntualizzato che avrebbe sbloccato solo una parte dei proventi delle tasse. Netanyahu, infatti, è intervenuto prontamente sulla questione, dichiarando: “Le entrate fiscali che si sono accumulate da febbraio saranno trasferite, dopo che ne saranno stati dedotti i pagamenti per i servizi destinati alla popolazione palestinese, compresa l’energia elettrica, l’acqua e le ricevute ospedaliere“.

I palestinesi, intanto, perfezionano il il dossier da presentare alla Corte. E quest’ultima, contestualmente, ha aperto un’indagine sugli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme est e sui 50 giorni di bombardamenti nella Striscia, che hanno prodotto oltre duemila morti e migliaia di feriti. In base ai risultati di questa indagine e alle prove presentate dall’Anp, il procuratore del tribunale deciderà se procedere o meno.

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