Il Centrodestra italiano cerca il suo Sarkozy

In Italia l’antipolitica e il populismo hanno cancellato i partiti tradizionali, quelli organizzati democraticamente con gli iscritti in carne e ossa e con idee, programmi, leadership riconoscibili e riconosciute, mentre in Francia l’idea del partito liquido seduce ma non sfonda.

Si dirà, i cugini d’Oltralpe sono assai lontani dai mali e dai vezzi vecchi e nuovi della politica Made in Italy. E soprattutto mettono in campo, magari riciclandole, carte “usate” ma sempre all’altezza dell’avvicendarsi degli eventi, come quella di Nicolas Sarkozy, capace di fare la sua nuova grand rentrée.

In Italia, soprattutto il cosiddetto centrodestra di origine democristiana, ruota attorno a se stesso in un infinito gioco delle tre carte, con divisioni senza fine, che disorientano gli elettori, portati a rifugiarsi nell’astensionismo, ampio, profondo, pesante e allarmante segnale politico mai colto da nessun partito (e partitini vari) e da nessun leader (e capetti vari) fuori dalla cosiddetta area di centrosinistra.

Questo è il punto: certi che gli italiani non vogliono la sinistra al governo, il centrodestra dorme sugli allori e non esce dal tunnel dove è precipitato dal berlusconismo in avanti. Ed ecco Matteo Renzi, il “golden boy” che con la clava del “rottamatore” si mangia tutti i partiti e tutti i politici diventando il padrone del Belpaese.

Forse Renzi ha fin qui vinto grazie alla sua spregiudicatezza, alla debolezza dei suoi avversari interni ed esterni, per una serie di cause fortuite e fortunate, mai passando direttamente per le urne, se non quelle per le Europee, significative ma non esaustive. Ma ha vinto e vince.

Le elezioni di domenica scorsa hanno dimostrato che la Francia è di destra come quelle italiane dimostreranno che l’Italia non è di sinistra. La differenza è che là la destra (con le sue anime da Le Pen a Sarkozy) c’è mentre qui esiste solo per beghe interne legate soprattutto al gioco delle poltrone, così come qui non c’è una sinistra degna di questo nome, rimasta orfana del fu Pci e oggi ridotta a fare battaglie perse e a dar fiato alla bandierina di Landini.

A meno che in Italia Renzi, col suo vagheggiato Partito della Nazione, può davvero pensare di rappresentare tutti – sinistra, centro, destra – in un volo trasformistico, bruciandosi alla fine le ali come Icaro nella sua folle ascesa.

Qual è la lezione dalla Francia per la destra italiana? Scrive Stefano Cingolani: “ Ebbene nonostante le differenze, c’è ed è netta: la destra vince se fa argine all’ondata populista in nome della sua identità conservatrice, ma liberal-democratica. Certo Sarkozy ha fatto il furbo e ha tagliato l’erba sotto i pedi a Marine Le Pen sull’immigrazione e la sicurezza. Ma questi sono due temi tipici della destra gollista. C’è la minaccia di una stretta alle frontiere in barba a Schengen in nome della nazione o di resistere alla “islamizzazione” in nome della laicità. Altri due cavalli di battaglia del gollismo. Tuttavia sull’euro Sarko ha tenuto duro. E ha inferto a Marine Le Pen una battuta d’arresto che potrebbe trasformarsi in una brusca inversione di rotta”.

Già. Ma a dividere Francia e Italia non ci sono solo le Alpi.