Renzi, avanti con “carota e bastone”. Alle regionali la resa dei conti?

E’ difficile smentire Massimo D’Alema quando dice che il Pd ha meno della metà degli iscritti dei Ds e che i nuovi entrati non solo non riequilibrano le tessere perse ma fanno del partito il simbolo del trasformismo, spingendolo a mutare identità e progetto politico.

Specie in periferia e non solo fra i dissidenti storici legati agli ex leader, cresce nel partito un fronte sempre più esteso di antirenziani – o meglio di oppositori degli amici e fan del segretario-premier – gente che non vede l’ora di un incidente di percorso che riporti tutto come prima, con Renzi ko.

Il Pd è oramai diviso in più tronconi: Renzi con i suoi fedelissimi che tiene in mano il pallino alzando la voce e usando carota e bastone (anche con gli alleati esterni), gli anti Renzi ufficiali nei vari rivoli (Cuperlo, Fassina, D’Alema, Bersani ecc.), i renziani ex bersaniani (e non solo) sempre più critici e sempre più distaccati, in attesa che eventi esterni facciano saltare il banco e, come nel gioco dell’oca, riportando tutto e tutti ai nastri di partenza, nell’era ante “rottamatore”.

Un esempio importante viene da questo periodo pre elettorale che porta al voto regionale e amministrativo del 7 giugno, fra due mesi e mezzo, con quasi 18 milioni di italiani alle urne. Che succede? Che un pezzo ( o pezzi importanti) del Pd non “tira”, anzi rema contro i vertici territoriali del partito, contro i candidati già indicati dalle primarie, di fatto contenti se a vincere le elezioni saranno gli altri e non il Pd e i suoi candidati.

Questo sta accadendo ad esempio nelle Marche e in Puglia, ma è più o meno così, ovunque. E Matteo? Se ne frega, finge di non sapere e di non vedere, ma di qua mette i “buoni” e di là i “cattivi”, certo che presto tirerà le somme, chiudendo a “modo suo” la partita, senza fare prigionieri.

Ma non tutto fila liscio perché il caso Lupi, apparentemente di poco peso e archiviato, scopre la contraddizione dei due pesi e delle due misure esponendo il premier e il suo governo ad attacchi su molti fronti, con i dissidenti del Pd pronti ad aprire le porte del partito al “cavallo di Troia” spinto da chicchessia.

Scrive Anselmo De Luca: “Renzi delinea una linea discutibile e sprezzante. Difende i suoi quattro sottosegretari indagati, non chiederà loro le dimissioni in nome del garantismo. Ma a Lupi, al di là di smentite ufficiali, le dimissioni sono state chieste, e con fermezza ed energia”.

Ogni scusa non regge, basti pensare ai casi dei sindaci di Venezia Orsoni e di Salerno De Luca, soggetti a procedimento giudiziario per atti compiuti durante il mandato di sindaco. Da ciò, un attacco a Renzi da vari fronti, da Don Ciotti a … D’Alema, passando trasversalmente per almeno la metà dei partiti e delle forze sociali e della società civile.

Renzi, a tutti i suoi accusatori, sbandiera il “suo” trionfo alle europee, minacciando che quando sarà il turno di fare le liste (per il parlamento) userà di proprio pugno il lapis rosso, cancellando chi non è con lui.

Ecco perché ogni incidente di percorso è atteso come una manna dal cielo da chi invoca la fine dell’egemonia di Renzi e dei renziani. Ragion per cui, per i nemici del premier-segretario, le elezioni regionali sono la prima vera occasione da non perdere.