Fallimenti italiani – Da Roma a Venezia, esempi di maladirigenza

Cosa accomuna Roma a Venezia, L’Aquila a Milano e via via, salendo o scendendo per la penisola? L’incompetenza. Di presidenti e dirigenti della palla ovale che con scelte assurde hanno distrutto, o rischiano di distruggere, realtà storiche del rugby italiano. E se il passato/presente è nero, il futuro non è migliore. Roma kaputt mundi. La

Cosa accomuna Roma a Venezia, L’Aquila a Milano e via via, salendo o scendendo per la penisola? L’incompetenza. Di presidenti e dirigenti della palla ovale che con scelte assurde hanno distrutto, o rischiano di distruggere, realtà storiche del rugby italiano. E se il passato/presente è nero, il futuro non è migliore.

Roma kaputt mundi. La questione Rugby Roma è paradossale ed emblematica. In un anno si è passato dai sogni celtici alla fuga dalla finestra del retro di Paolo Abbondanza. Giocatori non pagati, debiti, lodi e la difficoltà oggettiva di chi vuole fare qualcosa per salvare il salvabile. C’è il Comune che cerca di convogliare imprenditori e appassionati verso il progetto, c’è Gabriele Caccamo, il padrone di Porta Portese, che è fortemente interessato a subentrare ad Abbondanza. Ma prima si vuol capire che rovine sono state lasciate dall’attuale gestione (o indigestione?). Insomma, tutto in alto mare e il tempo passa.

L’Aquila aspetta. Navarra sì, Navarra no… la terra dei cachi! Se Roma piange, L’Aquila di certo non ride. Non sembra trovare una soluzione la situazione del club abruzzese che, se non si muove qualcosa in fretta, a fine mese rischia di scomparire. Troppi lodi in ballo e nessuno che trova il coraggio, o la volontà politica, di chiudere i discorsi aperti sulla nuova proprietà. Da anni la società si è trovata allo sbando, si sono accumulati problemi e ora è una vera e propria corsa contro il tempo per salvare il salvabile. Ma le scadenze sono alle porte e la città aspetta.

Venezia, zero totale. I zero punti con cui sono retrocessi sono, forse, il minore dei problemi per Venezia. Anche qui le scadenze non sono state rispettate, i soldi per mesi non si sono visti (e che ancora non si vedono!), i giocatori, a fronte del mancato rispetto degli impegni societari, hanno abbandonato, costringendo lo staff tecnico a inventarsi una formazione di settimana in settimana. E i dirigenti? Quasi sempre assenti, senza risposte da dare che hanno lasciato la squadra andare alla deriva. E ora, con la retrocessione, le cose non sono certo migliorate e molti giocatori sono lì che aspettano. Notizie per il futuro e soldi per il passato.

Dilettanti Milano. Questo weekend l’Amatori Milano si giocherà la permanenza in Serie A. Lo farà a Badia, visto che nel capoluogo meneghino non vi è uno stadio a disposizione. Emblema del nulla che la società ha saputo produrre negli ultimi due anni, dove alle tante belle parole di presidenti e dirigenti è seguito un menefreghismo assoluto. Soldi non arrivati, giocatori in fuga e chi rimaneva obbligato a fare i salti mortali per onorare il campionato. E chi si è riempito la bocca a lungo di progetti faraonici oggi tace, mentre la società più scudettata d’Italia è a un passo dal baratro. Doveva essere “la squadra di Milano”, ora rischia di essere la quarta, e peggiore, società della città.

E questi sono quattro esempi importanti. Sono società storiche, d’Eccellenza o che, comunque, sono la storia del rugby italiano. Ma come loro ce ne sono a decine di squadre gestite in maniera dilettantistica, arrogante e incapace. Sparse per tutta la penisola. Senza che nessuno muova un dito. Il movimento è alla deriva e, di certo, la Fir ha le sue colpe. Ma non si deve dimenticare che in primo luogo la responsabilità è degli individui. Di coloro che negli ultimi anni dovevano essere la colonna spinale del movimento. I club. I dirigenti. Ma in Italia, dall’Eccellenza alla Serie C, di dirigenti che sappiano fare il loro mestiere ve ne sono ben pochi. E poi piangono miseria.
Fa bene chi dice che lo statalismo federale è un cancro. Che il cuore pulsante dello sport dev’essere l’imprenditoria sportiva locale. Dal piccolo comune alla grande città. Ma non si può chiudere gli occhi di fronte alla realtà. E cioé che in Italia lo statalismo è il male, ma la cura non sono certo questi esempi di imprenditoria. Con buona pace dei pasdaran a difesa del loro orticello fallimentare.

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