Siria, gli Stati Uniti ci ripensano: “Dobbiamo negoziare con Assad”

Il segretario di Stato americano, John Kerry, si dice disponibile a trattare con Assad. Così gli Usa, dopo i tanti errori commessi in Siria, sono costretti a fare marcia indietro. Ma ci sono ora le condizioni per negoziare?

Il segretario di Stato americano, John Kerry, ha rilasciato un’intervista allaCbs, nella quale ha dichiarato che il suo paese è pronto a negoziare con il Presidente siriano, Bashar al-Assad. Ecco cosa ha detto a riguardo all’emittente televisiva: “alla fine dovremo negoziare. Siamo sempre stati disponibili a negoziare, nel contesto del processo di Ginevra I“.

Siamo davanti ad un clamoroso colpo di scena? Non proprio, vista la situazione. Più che altro le parole di Kerry rappresentano l’implicita ammissione degli errori commessi in politica estera dal Presidente Barack Obama.

Tutto è incominciato quando gli americani hanno deciso di far cadere il regime del paese mediorientale, ma senza sporcarsi troppo le mani. Così è arrivato il sostegno ai gruppi di opposizione, che però non è bastato. Successivamente ci si è affidati alle monarchie del Golfo, che avevano tutta l’intenzione di rimuovere il Presidente sciita per ragioni di carattere strategico ed economico. Tale opzione ha contribuito alla nascita delle milizie dell’Isis, che sono diventate il principale pericolo per l’occidente.

Gli Stati Uniti, preso atto del colossale errore commesso, non si sono dati comunque per vinti e hanno continuato a finanziare l’opposizione “moderata”, sperando che in un colpo solo togliesse territori allo Satato Islamico e indebolisse Assad. Ora quei gruppi sono allo stremo della lotta, nonostante che Washington continui a foraggiarli.

Proprio qualche giorno fa, in maniera molto contraddittoria, Obama aveva annunciato che avrebbe sborsato 40 milioni di dollari in aiuti “non letali” alle milizie anti-Assad. Ma evidentemente la Cia non era dello stesso parere, facendo notare che destituire ora il Presidente sarebbe un rischio troppo alto a cui far fronte: l’Isis ha ancora tutte la carte in regola per conquistare altri territori.

Inoltre, il fatto che Tikrit, in Iraq, sia stata riconquistata all’80% indica chiaramente che è inopportuno rompere con Damasco. La città, infatti, è stata in gran parte tolta alle forze dell’Isis grazie ai 20-30mila soldati sciiti delle unità ufficiose, e dunque in virtù dell’intervento indiretto dell’Iran, che al regime di Assad è legato. In questa operazione di guerra, lo ricordiamo, la coalizione occidentale non ha svolto alcun ruolo.

Ma l’inopinata disponibilità di Kerry a negoziare servirà a qualcosa? Il richiamo a Ginevra 1 non fa presagire una strategia chiara: in quell’occasione si andò incontro allo stallo, visto che il Consiglio nazionale siriano non fece altro che chiedere l’immediata cacciata di Assad. Quest’ultimo, poi, ha già risposto al segretario di Sato che qualsiasi milizia non riconosciuta da Damasco verrà ritenuta come nemica della nazione. Dunque, se Obama vorrà intervenire in Siria dovrebbe avere prima il via libera del Presidente, che fino a ieri era considerato il nemico numero uno.

Staremo a vedere come evolverà la situazione. Quello che è certo, per ora, è solo la grande incertezza del governo americano, che in questi ultimi anni in Siria non ha fatto altro che complicarsi la vita.

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