Landini, sindacato o partito?

Maurizio Landini corre disinvolto sul crinale che divide da sempre il ruolo del sindacato dal ruolo dei partiti.

Per il leader della Fiom-Cgil: “il sindacato deve fare politica”, una considerazione ovvia se si tiene conto che da sempre il sindacato italiano, non corporativo e formato da strutture verticali di categoria “guidate” dalle confederazioni orizzontali, fa politica andando fuori dei cancelli della fabbrica, interessandosi della società, quindi di partiti, istituzioni ecc.

Ma Landini con il suo “Podemos” Made in Italy rischia di partire con il piede sbagliato dimenticando il messaggio di Giuseppe Di Vittorio: “l’unità dei lavoratori, l’unità sindacale è preziosa come la pupilla dei nostri occhi e come tale va preservata”. Qui casca l’asino, o meglio, l’impalcatura “teorica” del capo delle tute blu della Fiom.

Il sindacato è forte se unito, una unità fra diversi (non solo ai vertici ma anche nella base), unità che si sgretola in un attimo con un sindacato pansindacalista, cioè un sindacato che si sostituisce ai partiti facendo direttamente politica. Le differenze politiche (ideologiche?) e sociali fra i lavoratori restano profonde e tutt’ora le tre grandi confederazioni non vanno oltre l’unità d’azione, regredendo rispetto agli anni 70 e 80, epoca della federazione Cgil-Cisl-Uil e dei metalmeccanici unitari della Flm.

Spingendo il sindacato a “trasformarsi” in partito, paradossalmente lo si rinchiude in un confuso magma dominato da tendenze centrifughe, un sindacato strutturato sulla forza delle singole categorie di stampo anglosassone. Ma tale sindacato, pure agguerrito, è “solo” il sindacato degli occupati, il sindacato del contratto e del salario, non si propone mutamenti profondi del sistema economico-sociale, un sindacato magari forte in fabbrica ma debole fuori sui problemi sociali e politici.

Fu Luciano Lama a far passare la costruzione di una “organizzazione di lavoratori e non di sindacati”. I lavoratori, in quanto cittadini, non possono essere spoliticizzati, anche perché l’autonomia del sindacato non si garantisce tenendolo “fuori dalla politica” ma attraverso un modo di essere e di fare del sindacato stesso che gli consenta di elaborare al proprio interno, senza interferenze esterne, le sue rivendicazioni e le sue scelte, con la partecipazione reale dei lavoratori e dei sindacati, anche quelli minoritari.

Landini ha ragione nel dire che serve una “radicale riorganizzazione” del sindacato. Ma in che veste lo dice, da sindacalista o da politico?

Tocca a Landini decidere, non trasformando il sindacato in partito ma abbandonando lui stesso la giubba rossa della Fiom per indossare il doppio petto del politico.