Renzi l’ottimista. Ma c’è chi lavora a 2 ero l’ora…

Se, come recita un antico adagio, l’ottimismo fa bene alla salute, c’è da ben sperare su come sta l’Italia, stando almeno alle parole del premier Renzi in visita ieri ai cantieri dell’Expo: “L’economia riparte”.

Stavolta, addirittura, a dar man forte all’ottimismo del capo del Governo arriva il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi con la fausta previsione: “Metà delle aziende prevedono di assumere nel 2015”. Bene? Bene.

Anche i dati dell’Istat sembrano rafforzare l’ottimismo: a febbraio la deflazione si è ridotta a meno 0,1% (era meno 0,6 per cento a gennaio). Altri spiragli per il 2015 arrivano dal workshop European house Ambrosetti di Cernobbio con un sondaggio sullo scenario dell’economia e della finanza. Il 46,2% degli imprenditori prevede di chiudere l’anno con una crescita inferiore al 10 per cento, ma c’è anche un 21,7% che punta su un risultato superiore. Dunque oltre due terzi prevedono maggiori affari. Più della metà degli imprenditori, il 51,5%, intende assumere: di questi, il 33,7 immagina un aumento di organico inferiore al 10 per cento, ma il 17,8 alza ulteriormente l’asticella. Non mancano però le preoccupazioni: il 31,3% teme l’impatto negativo della deflazione europea sul proprio business.

Insomma, la barca Italia sembra uscire dal pantano, quanto meno dalla sua parte più melmosa. Sarà davvero così, con buona pace dei “gufi” che il premier è tornato ieri a citare o siamo all’ennesimo miraggio? C’è, inoltre, l’Italia a due o più velocità, con una parte dei cittadini marginalizzata e lavoratori impegnati 10 ore al giorno in scantinati, pagati a 2 euro l’ora.

Un dossier della “Campagna abiti puliti” mette in luce una realtà inquietante, in particolare lo sfruttamento dei tessili in Veneto, Toscana e Campania. A valle della filiera le condizioni di lavoro non sono molto diverse da alcune fabbriche del Bangladesh o della Moldavia.

“Standardizzazione, flessibilità oraria, bassa scolarizzazione dei lavoratori, paura di perdere il posto di lavoro, scarsa sindacalizzazione: tutti elementi tipici delle fabbriche bengalesi o moldave”, denunciano i ricercatori. Le stesse condizioni che avevano denunciato nei mesi scorsi in un analogo rapporto sulle delocalizzazioni nei Paesi dell’Est, con salari da fame, al di sotto dei duecento euro al mese, in una regione della Bulgaria e nelle aree della Turchia vicine al confine con la Siria. Ne viene fuori una piramide lavorativa dove, ai vertici, si trovano i dipendenti diretti dei grandi marchi, quelli che stanno meglio perché hanno il contratto collettivo e sono i più organizzati, e alla base i lavoratori alle dirette dipendenze di piccole imprese cinesi (molto presenti nel settore calzaturiero e nell’abbigliamento) o anche italiane, fino ad arrivare a chi lavora al nero, che sfugge anche alle grandi griffe perché queste ultime tengono i rapporti solo con il primo anello della subfornitura.

Così, più si scende, più sono magri i salari e peggiori le condizioni di lavoro. Una catena del lavoro che è molto difficile da ricostruire, anche perché, spiegano gli autori della ricerca, “i marchi non sono per niente disponibili a pubblicizzare i nomi dei loro fornitori e in molti casi non hanno nemmeno il controllo completo dell’intera filiera”.

Già, non è tutto oro quel che luccica. E nemmeno argento.