Banda ultralarga: il piano del governo Renzi e i numeri dell’investimento

La promessa del Governo Renzi sulla banda ultralarga potrebbe diventare realtà: finanziamenti approvati dal Cipe.

6 agosto 2015 – “Il Cipe ha approvato un cospicuo intervento economico su un piano di banda ultra larga per combattere il divario digitale che caratterizza il Paese. L’investimento del governo riguarda 10 mln di italiani. È l’infrastruttura più importante per i prossimi 20 anni. Abbiamo perso tante occasioni nel passato, oggi ingraniamo la sesta a tutta velocità, perché questo è il futuro del Paese”, così il premier Renzi, che poi ha dato i numeri: “12 mld investiti, 5 dai privati e 7 pubblici. Di questi 5, 4,9 li mette il governo. Oggi deliberati 2,2”.

Banda ultralarga: il piano del governo Renzi

Avendo saltato l’appuntamento con la banda larga, si passa direttamente al piano del governo Renzi sulla banda ultralarga. In verità, quello attuale, è almeno il terzo governo di fila che fa grandi promesse sulla digitalizzazione del paese, promesse che rimangono poi, costantemente, lettera morta mentre noi, invece, rimaniamo sempre più indietro rispetto al resto d’Europa. Come si legge nello stesso comunicato stampa seguito al consiglio dei ministri che ha varato questo piano “l’Italia nel 2014 risultava ancora il Paese con la minor copertura di reti digitali di nuova generazione (NGA) in Europa, sotto la media europea di oltre 40 punti percentuali per l’accesso a più di 30 Mbps (Megabyte per secondo), un 20% di copertura, contro il 62% europeo; con la prospettiva di giungere solo nel 2016 al 60% di copertura a 30 Mbps e in assenza di piani di operatori privati per avviare la copertura estensiva a 100 Mbps”.

Quindi, a oggi le cose stanno così: solo il 20% ha a disposizione una connessione a 30 megabyte per secondo, mentre nel resto d’Europa è il 62%. La prospettiva era di triplicare questo dato entro il 2016, ma senza nemmeno prendere in considerazione la banda ultralarga a 100 mega. È proprio qui che il governo interviene, con “l’obiettivo strategico di massimizzare la copertura entro il 2020 da un punto di vista infrastrutturale, raggiungendo come minimo gli obiettivi definiti per il secondo pilastro dell’Agenda Digitale Europea – cioè Internet in ultrabroadband ad almeno 100 Mbps per almeno il 50% della popolazione come utente, con un 100% dei cittadini che abbiano la copertura a 30 Mbps – ma dandosi come obiettivo del piano il raggiungimento dei 100 Mbps fino all’85% dei cittadini. Parallelamente alla creazione delle infrastrutture digitali, attraverso la Strategia per la Crescita Digitale, il Governo intende stimolare la creazione e l’offerta di servizi che ne rendano appetibile l’utilizzo e la sottoscrizione di abbonamenti in ultrabroadband”.

Sintetizziamo nuovamente: il piano più ambizioso vorrebbe addirittura l’85% dei cittadini dotati di banda ultralarga entro il 2020, con il restante 15% che viaggi a 30 mega. Un piano più credibile riduce la percentuale di coloro che andranno a 100 mega al 50%. Si tratta, comunque, di piani molto ambiziosi, soprattutto se si considera che al 2020 non manca poi così tanto e che al momento siamo decisamente indietro. Le incognite sono molte, ma partiamo dalla prima: dove si trovano i soldi per il necessario ammodernamento delle infrastrutture da un capo all’altro dello stivale?

Aggiornamento 3 aprile 2015 – Come riporta Il Fatto Quotidiano, i tempi del decreto per la banda ultralarga rischiano di allungarsi. Il ministero del Tesoro e quello dello Sviluppo economico starebbero rimettendo mano al decreto attuativo, che ha l’obbligo di dettagliare le condizioni per l’accesso al credito di imposta del 50% su Ires e Irap per gli investimenti nella rete veloce.

Fonti del giornale di Travagliano ammettono che: “Nella prima stesura c’era un’ambiguità: sembrava concedere l’accesso all’agevolazione a tutti gli investimenti in tecnologie, il che non può andar bene perché si tradurrebbe in una perdita di entrate fiscali eccessiva. Occorre riformularlo”.

Ovviamente, l’iter non si conclude con la riscrittura: bisogna successivamente ottenere il via libera dell’Unione Europea. L’esame della Ue sarà molto puntuale e non sarà svolto in tempi brevissimi. Inoltre, secondo Il Sole 24 Ore, c’è un altro fattore da tenere in considerazione. Dei 6,2 miliardi di euro di fondi pubblici necessari per l’investimento, 4,2 pesano sul Fondo Sviluppo e Coesione. Dunque, prima che la norma diventi cogente serve un accordo tra Stato e Regioni. Ma c’è già chi pensa di aggirare l’ostacolo chiedendo un prestito anticipato alla Banca europea per gli investimenti.

Infine, rimane il monito dell’Antitrust con cui fare i conti. Ovvero, le risorse pubbliche destinate alla banda ultralarga non dovrebbero essere concesse a operatori verticalmente integrati, ma solotanto a una società della rete che veda la partecipazione di diversi operatori, nessuno dei quali in posizione predominante.


Banda ultralarga: il piano del governo Renzi


Sempre nel comunicato si legge: “Le risorse pubbliche a disposizione sono i fondi europei FESR e FEASR, il Fondo di Sviluppo e Coesione, per complessivi 6 miliardi, a cui si sommano i fondi collegati del Piano Juncker. Dall’impegno, più o meno significativo, da parte dei privati dipenderanno in parte i risultati per la copertura nei 4 cluster individuati dal Piano sul territorio italiano, in base a caratteristiche simili ma con costi e complessità di infrastrutturazione crescenti. Infatti le sole risorse pubbliche non saranno sufficienti per sviluppare una rete estesa di nuova generazione (fino all’85% della popolazione collegato ad almeno 100 Mbps). La soluzione individuata dalla Strategia è quella di un sistema articolato di nuove regole, che accompagni alla migrazione, progressiva e concordata, verso la nuova rete in fibra ottica”.

Il che significa che c’è bisogno di trovare privati pronti a investire; privati che – come sottolineato da più parti – non sembrano essere proprio in coda per dare una mano al governo in questa ambiziosa impresa. Si parla comunque di una partnership o 50-50, oppure 60-40. Quel che è certo, quindi, è che le finanze pubbliche da sole non sono in grado di sostenere l’impresa. Si tratta, in definitiva, di una serie di annunci e di auspici (come sempre quando qualche provvedimento esce dal consiglio dei ministri), per concretizzare le quali bisognerà mettersi al lavoro in termini decisamente più concreti.

Direzione Pd lunedì 16 febbraio 2015

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