Libia: E’ opportuno un intervento militare?

E’ opportuno un intervento militare in Libia? Un’analisi della situazione ci induce a sollevare forti perplessità a riguardo

Da parte del Governo ci si aspetta un salto di qualità sulla questione libica. Le dichiarazioni di guerra del ministro Pinotti e le frenate di Renzi, palesano una certa confusione su quelli che sono temi molto delicati. Confusione che non ci possiamo permettere per la nostra posizione geografica, ma anche per la nostra storia coloniale, che in Italia sembrano tutti ignorare, ma che invece nel paese nord-africano hanno ben presente.

Per quanto ci riguarda, non possiamo nascondere molte perplessità sull’ipotesi di un’azione militare, all’interno di quella che è una guerra civile che attraversa non solo la Libia, ma anche gran parte del mondo medio orientale. Ciò, innanzitutto, finirebbe, anche contro le nostre “candide” intenzioni, con lo schierarci acriticamente con un islam salafita-wahhabita che, volendo semplificare, è quello dei paesi della Lega araba. Questi Stati, che violano sistematicamente i diritti umani e hanno represso qualsiasi forma di opposizione “laica”, sono legati all’occidente da molteplici interessi economici, ma non hanno rappresentato un’argine alla formazione dei gruppi terroristi.

Diventare loro alleati “senza se e senza ma” potrebbe dimostrarsi una scelta “vincente” solo nel breve periodo, perché è chiaro che un’azione di guerra non sradicherebbe dal mondo arabo, e nemmeno da quello africano, le forze jihadiste, dallo Stato Islamico ad Al Qaida fino a Boko Haram. La conseguenza di una scelta di campo così netta, sospettiamo, porterebbe ad un’amplificazione della situazione di caos e non è detto che non darebbe spazio a nuovi attentanti in Europa.

Non è un mistero che i primi che vorrebbero spingerci in un conflitto su larga scala sono proprio l’autoproclamatosi “Califfo” dello Stato Islamico, al-Baghdadi e il capo di Al Qaida, al-Zawahiri. La loro propaganda contro i crociati, fondamentale nella strategia di entrambi, riesce a fare presa tanto sulle frustrazioni di immigrati, o figli di immigrati, europei tanto su masse di indigenti, ex militari di eserciti nazionali e fanatici arabi risentiti nei confronti dell’occidente dopo le guerre con l’Iraq e l’Afghanistan.

Bisogna sottolineare, poi, che in Libia, come altrove, Isis e Al Qaida sono in concorrenza. Questo non vuol dire che non possano stipulare patti di convenienza, ma resta il fatto che le due fazioni hanno due visioni differenti della “guerra santa” e “classi dirigenti” che mal si sopportano. A tale riguardo, ricordiamo che la strage di Parigi, secondo molti analisti, sarebbe stata promossa dall’ala quedista yemenita proprio per recuperare influenza e visibilità rispetto ai rivali dello Stato Islamico.

Non si deve cadere nemmeno in facili slogan, che non ci permettono di valutare la situazione lucidamente. Come ha spiegato Andrea Spinelli Barrile, su Blogo, in Libia non c’è l’Isis, ma solo gruppi fondamentalisti (tra i tanti) che ad esso si richiamano. Questi si sono ideologicamente affiliati allo Stato Islamico al fine di reclutare nuovi adepti. Ricordiamo che l’entità territoriale capeggiata da al-Baghdadi, che non ha nessun riconoscimento internazionale, si estende unicamente in zone dell’Iraq e della Siria.

Il gruppo più attivo nel paese nord-africano rimane Ansar al-Sharia, che ha fondato il Califfato di Derna. I miliziani di questo gruppo, in un primo momento, erano legati ad Al Qaida. Ora, invece, esprimono, a parole, una vicinanza all’Isis. Ma, quello che conta, è che la loro forza è cresciuta soprattutto grazie ai finanziamenti del Qatar. Con ciò non vogliamo sostenere che lo Stato del potentissimo emiro Tamim bin Hamad al-Thani stia dalla parte dello jihadismo internazionale. Piuttosto ci pare più corretto dire che la monarchia qatarina specula sul conflitto in atto, sia in Siria sia in Libia.

La monarchia del Golfo, forte dei grandi investimenti che sta compiendo in Europa e negli Stati Uniti, può indisturbatamente giocare su due tavoli. Così, paradossalmente, fino all’anno scorso, accadeva che mentre dalla base militare al Udeid (nel deserto del Qatar) partivano parte dei cacciabombardieri americani impegnati nei raid in Siria e Iraq, l’emirato continuasse a tenere aperti canali di comunicazione con l’Isis.

Ritornando alla Lbia, un intervento dell’Onu sarebbe giustificato solo come un’operazione di pace. Tuttavia, attualmente nel paese non c’è nessuna pace da preservare. Inoltre, potrà anche dispiacerci, non c’è nemmeno un governo legittimo. Il governo di Tobruk, incline ad un islam nazionale e appoggiato da Arabia Saudita ed Emirati Arabi, è stato dichiarato destituito dalle sue funzioni dalla Corte Costituzionale. Il governo di Tripoli, legato alle milizie jihadiste e alla Fratellanza Musulmana, gruppo fondamentalista ma non alleato naturale di Al Qaida e Isis, si è autoproclamato tale senza passare per le elezioni.

Sul campo ci sono anche le truppe filo-governative legate a Tobruk del generale Khalifa Haftar. Quest’ultimo è un ex uomo di fiducia del colonnello Mu’ammar Gheddafi (costretto all’esilio dal rais dopo la sconfitta della Libia nella guerra con il Ciad), è amico della Cia e dell’Egitto, ed ha ambizioni proprie. Queste sono state confermate anche dal colpo di Stato da operetta che tentò di mettere in piedi nel 2014.

Aggiungiamo, come anche ha sottolineato Emma Bonino che, data questa situazione, in caso scegliessimo di fare la guerra, la cosa non si concluderebbe con dei bombardamenti di qualche mese: dovremmo impegnarci in un intervento sul territorio di almeno dieci anni, con un ingente impiego di uomini. Troppo per un conflitto che non avrebbe obiettivi chiari ed alleati libici affidabili.

E nemmeno si può dare “mandato” al Presidente egiziano al-Sisi di continuare a svolgere raid all’infinito. In primo luogo perché non è in grado da solo di risolvere la situazione, e in secondo luogo perché le sue ingerenze in Libia potrebbero effetti pericolosi. Il “nuovo Napoleone”, come lo ha definito una certa stampa, vorrebbe imporre un governo amico a Tripoli, nemico dei Fratelli Musulmani, gruppo che ha deposto lui stesso dal potere in Egitto con un colpo di Stato. Ma in realtà, al-Sisi è una delle cause del problema, non la sua soluzione.

La pesante operazione di repressione messa in campo nel suo paese, non solo nei confronti della Fratellanza, non ha affatto migliorato il quadro della situazione. E poi il generale non è poi così forte come in tanti credono. Il suo noto “pugno di ferro” non ha prodotto grandi risultati in termini di sicurezza e, più che dagli islamisti, le minacce interne per lui arrivano dai fedelissimi dell’ex Presidente Mubarak . Non a caso, al-Sisi, mentre taglia i sussidi ai lavoratori e organizza azioni di guerra, vive confinato in una base militare a Heliopolis, in preda alla paranoia di essere fatto fuori.

Allora cosa possiamo fare in Libia? Prima di tutto, cercare di non buttarci in una sorta di avventurismo militare di cui pagheremmo le conseguenze. In secondo luogo, provare a spingere le fazioni dei due parlamenti, o almeno la maggior parte di esse, ad entrare in un governo di unità nazionale. Operazione, questa, molto complicata, ma necessaria. In terzo luogo, provare insieme agli altri paesi della Comunità internazionale ad usare le leve finanziarie a disposizione per bloccare le somme di denaro che giungono ai jihadisti. E, infine, “costringere” la Lega Araba a prendere una posizione unitaria e di sostegno all’azione Onu e appoggiare azioni di prevenzione in paesi come l’Algeria, che sono a rischio contaminazione del terrorismo.

Una serie di passaggi, quelli elencati, certo non semplici. Questa, però, ci sembra l’unica strada da seguire: gli esiti delle guerre a Saddam Hussein e a Gheddafi non possono indurci a commettere nuovi errori come nel passato. Questa volta sarebbero davvero imperdonabili.

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