Stato Islamico, un disertore alla CBS: “Troppa violenza”

Il network americano intervista un miliziano australiano che ha disertato dai jihadisti dell’Isis: “E’ crudele, uccidono anche i civili”

Abu Ibrahim è un cittadino australiano convertito all’Islam ed arruolatosi tra le fila dello Stato Islamico: le sirene della propaganda jihadista hanno avuto su Abu lo stesso effetto avuto anche su altri giovani occidentali che hanno scelto di sposare la causa jihadista ed emigrare in Siria ed Iraq per combattere.

In un’intervista rilasciata a Cbs News (nel quale Abu Ibrahim, nome probabilmente di fantasia, non si mostra in viso) ha raccontato di come si è unito allo Stato Islamico e come poi abbia deciso di abbandonarlo, una scelta anche questa sofferta, difficile e a tratti drammatica: dopo la conversione all’Islam Abu decise di raggiungere la Siria perché voleva vivere in una regione governata in base alla legge islamica ed al Corano.

Nei territori dello Stato Islamico però Abu ha raccontato di aver cominciato a soffrire la violenza cui era costretto ad assistere: in particolare l’uomo ha raccontato di essere rimasto inorridito dalle violenze contro i civili e dalla decapitazione degli ostaggi occidentali da parte di Jihadi John, ma contemporaneamente di essere stato “molto felice” quando assistette alla lapidazione di una coppia di adulteri.

La corrispondente della CBS Clarissa Ward ha impiegato mesi prima di convincere Abu Ibrahim a rilasciare l’intervista, che potete vedere nel video di seguito:

Una volta resosi conto della realtà effettiva, dell’orrore perpetrato continuamente dai miliziani jihadisti dello Stato Islamico, Abu Ibrahim avrebbe deciso di tornare indietro, non tanto pentito quanto più disilluso dalle promesse della propaganda del Daesh:

“Non condividevo alcune delle politiche adottate, come la decapitazione di non combattenti e quindi innocenti. […] Il motivo per cui sono andato via è che sentivo che non stavo facendo quello che ero venuto a fare, cioè aiutare il popolo siriano, da un punto di vista umanitario. Ero diventato qualcos’altro e quindi non era più giustificato che io stessi lontano dalla mia famiglia”.

L’uomo, che ha circa 30 anni, ha raccontato di aver trascorso sei mesi nel nord della Siria, sei mesi da combattente con il fucile in mano, e di aver sentito molto la mancanza della sua famiglia in Australia: Ibrahim spiega di non aver condiviso “alcune” delle politiche del Daesh, ma non mostra sostanziali segni di “pentimento” o particolari “traumi” che lo avrebbero convinto della pericolosità dello Stato Islamico per il mondo musulmano: in particolare, spiega all’intervistatrice, si è sempre reputato d’accordo con l’applicazione della Sharia nelle modalità in cui è stata introdotta nei territori dello Stato Islamico.

Ibrahim afferma di avere assistito a centinaia di esecuzioni e, in Siria, ad una crocifissione ed alla lapidazione di molte coppie di adulteri:

“E’ dura, è vero. Ma è la Sharia. Le esecuzioni vengono fatte pubblicamente, vi assistono centinaia di persone; vedere qualcuno che muore probabilmente non è uno spettacolo cui può assistere chiunque, ma la Sharia impone che i musulmani debbano guardare al futuro ed assistere alle esecuzioni”.

Ibrahim però spiega che il mondo dentro lo Stato Islamico non è rose e fiori: molti combattenti occidentali, racconta alla CBS, migrano nei territori del Daesh attratti dalla propaganda e dai video su YouTube ma poi, una volta in Siria, restano inorriditi e disillusi dalle politiche e dalla crudeltà della realtà quotidiana.

I foreign fighters sono attratti dalle parate militari, le vittorie, le manifestazioni pubbliche organizzate dal Daesh, persino lo stipendio loro garantito (oltre a vestiario, armamenti, cibo ed alloggio lo Stato Islamico versa 50 dollari al mese ai combattenti, che diventano 100 in inverno per permettere loro di acquistare vestiti più caldi): una macchina di morte che non è clemente con chi decide di tornare indietro, spaventato o inorridito da ciò che ha incontrato in Siria e Iraq.

“Le restrizioni per chi vuole andar via ti fanno sentire come in una prigione: non puoi lasciare il paese. Io stesso ho rischiato, se mi avessero preso, di essere arrestato e messo sotto interrogatorio”.

Secondo la CBS l’uomo starebbe ora cercando di tornare a casa, in Australia, ma che teme di venire arrestato nel momento in cui metterà piede nel suo paese d’origine. Ibrahim ha anche spiegato che, in parte, l’esperienza nello Stato Islamico lo ha cambiato: qui ha potuto incontrare persone “eccellenti” e ricorderà con affetto i combattenti conosciuti ma non lo Stato Islamico in quanto tale.

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