No della Cassazione al matrimonio gay, sì a statuto dei diritti

Rigettato il ricorso di una coppia gay che convive da una vita e che voleva sposarsi in Campidoglio.

di remar

No al matrimonio gay e alle pubblicazioni di nozze per le coppie omosessuali ma più diritti sì. A dirlo è la Cassazione secondo cui l’Europa e la Costituzione non impongono al parlamento italiano di allargare il vincolo del matrimonio alle persone dello stesso sesso le quali, secondo la suprema corte, hanno però tutto il diritto a uno statuto “protettivo”, mutuabile da quelli che sono i diritti e doveri per le coppie di fatto.

Con questa motivazione gli ermellini hanno rigettato il ricorso di una coppia gay militante dei diritti civili che convive praticamente da una vita a Roma. Ora i due volevano sposarsi in Campidoglio – ricordiamo che il sindaco Marino di recente aveva registrato 16 matrimoni gay celebrati all’estero, in un mare di polemiche – e pubblicare le nozze.

Secondo la Corte di Cassazione, che è l’organo di vertice della giurisdizione ordinaria italiana:

“la legittimità costituzionale e convenzionale della scelta del legislatore ordinario, in ordine alle forme ed ai modelli all’interno dei quali predisporre per le unioni tra persone dello stesso sesso uno statuto di diritti e doveri coerente con il rango costituzionale di tali relazioni, conduce ad escludere”

che l’assenza di una legge per le nozze gay significhi una:

“violazione del canone antidiscriminatorio”.

I giudici piuttosto credono nell’urgenza di un intervento del legislatore italiano che in virtù all’articolo 2 della Costituzione (a tutela i diritti umani del singolo e della sua vita sociale e affettiva) debba assicurare alle coppie omosessuali:

“un nucleo comune di diritti e doveri di assistenza e solidarietà propri delle relazioni affettive di coppia”

affermando per questa via la riconducibilità di:

“tali relazioni nell’alveo delle formazioni sociali dirette allo sviluppo, in forma primaria, della personalità umana”.

La Cassazione avvalora la sua decisione, in punta di diritto, sulla scia di quanto stabilito da altre e precedenti sentenze della Corte costituzionale, la numero 170 del 2014 per ultima, e citando la Carta dei diritti fondamentali della Ue. L’articolo 12 di quest’ultima:

ancorchè formalmente riferito all’unione matrimoniale eterosessuale, non esclude che gli Stati membri estendano il modello matrimoniale anche alle persone dello stesso sesso, ma nello stesso tempo non contiene alcun obbligo”

E ancora:

“Nell’art. 8 che sancisce il diritto alla vita privata e familiare, è senz’altro contenuto il diritto a vivere una relazione affettiva tra persone dello stesso sesso protetta dall’ordinamento, ma non necessariamente mediante l’opzione del matrimonio per tali unioni”.

Si legge nel verdetto. Gli Stati possono avere ampia discrezionalità sul tema delle nozze omosessuali, ma le unioni gay, come tutte le altre coppie di fatto, non sono in teoria esenti da tutela visto che possono:

“acquisire un grado di protezione e tutela equiparabile a quello matrimoniale in tutte le situazioni nelle quali la mancanza di una disciplina legislativa determina una lesione di diritti fondamentali scaturenti”

da questo tipo di unioni. Ecco la necessità dello statuto dei diritti richiamato dai supremi giudici.

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