Siria, l’orrore delle torture nelle carceri di Damasco

Il regime di Assad ha sempre negato le torture inflitte ai prigionieri nelle carceri di Damasco in Siria: Zaman al Wasl pubblica alcune foto che inchiodano il regime siriano

Che le carceri siriane di Bashar al Assad fossero dei buchi neri che inghiottono ogni anno migliaia di esseri umani, i quali letteralmente scompaiono nel nulla senza che nessuno ne abbia più notizia, luoghi di tortura e disperazione, era già ben più di un sospetto per la comunità internazionale.

Grazie alle denunce di Human Rights Watch, di molti ex detenuti fuggiti dall’inferno di Adra a Damasco, dei libri scritti sull’argomento (nell’opera di Mustafa Khalifa “La Conchiglia” si raccontano orrori indicibili), dell’Osservatorio Siriano sui Diritti Umani è ormai noto l’inferno in terra rappresentato dalle carceri del regime di Assad.

Oggi il giornale online Zaman al Wasl, che dà voce all’opposizione laica al regime di Assad (la stessa che scese in piazza nel 2011 invocando più diritti e più democrazia e che fu violentemente repressa dallo stesso regime, che ha preferito consegnare la Siria alla guerra civile piuttosto che cedere di un millimetro alle richieste della popolazione siriana), ha pubblicato un articolo in perfetto stile WikiLeaks, nel quale si mostrano alcune fotografie di detenuti dal regime di Damasco, foto nelle quali sono ben evidenti segni di percosse, strangolamento, brutali pestaggi e, più in genere, di trattamenti cruenti di tortura da parte dei carcerieri. Sarebbero oltre 55mila le fotografie che ritraggono circa 11mila corpi di oppositori al regime massacrati.

La fonte del sito siriano è un certo “Cesare”: fuggito dalla Siria (si tratta di un ex militare disertore), oggi vive sotto copertura in una località segreta assieme alla famiglia, secondo quanto spiega la CNN.

Dalla metà del 2013 le foto rivelate da Cesare furono oggetto di un lungo studio da parte di magistrati americani esperti di crimini di guerra e torture, che analizzarono a fondo le immagini digitali. Oggi quelle foto sono pubblicate dal giornale Zaman al Wasl per aiutare le famiglie disperate ad avere notizie di parenti scomparsi nell’inferno carcerario della Siria e per denunciare le continue torture ai detenuti: senza troppi giri di parole, sembrano foto a colori dell’Olocausto nazista.

La vera notizia però è che Zaman al Wasl rivela al mondo che fine ha fatto il colonnello Hussein Harmoush.

A molti di voi questo nome non dirà nulla, ma il colonnello ha avuto un ruolo mediaticamente importantissimo all’inizio della guerra civile. Il video qui sopra mostra Harmoush annunciare la sua diserzione: era il 9 giugno del 2001 e il colonnello fu uno dei primi ufficiali dell’esercito lealista ad Assad (SAA) ad unirsi ai ribelli del Free Syrian Army (FSA). Harmoush affermò che nel 2011 l’SAA reprimette duramente la “Primavera Siriana” coadiuvato dalle Guardie della Rivoluzione (i Pasdaran iraniani) ben prima che lo ammettesse l’alto ufficiale iraniano Ismail Qa’ani, inviato da Teheran a dare manforte all’amico Assad: nel video Harmoush accusa l’esercito di Damasco di violenze e crimini indicibili contro la popolazione e annuncia di essersi unito ai ribelli dell’FSA.

“L’esercito ha avuto l’ordine di fare fuoco sulla popolazione civile”

rivela nel video, invitando poi lo stesso esercito a sostenere il popolo e non il governo. Era l’inizio di quella che sarebbe diventata la guerra civile siriana, che perdura ancora oggi sotto forma di “moderna guerra per procura”, come scritto da Loretta Napoleoni nel suo libro “Isis, lo stato del terrore”.

Solo primi cinque mesi di proteste di piazza in Siria morirono 2200 civili (stime ONU).

Per il regime di Assad quello fu uno choc intollerabile; Harmoush si rifugiò in Turchia ma i primi di settembre del 2011, pochi mesi dopo la diserzione, scomparve nel nulla da un campo profughi in cui si era rifugiato. Pochi giorni prima aveva rivisto le affermazioni contenute nel video in un’interessante intervista alla Tv siriana, accusando i ribelli islamisti (vicini ai Fratelli Musulmani) di aver fatto “promesse vuote”, di violenze contro i civili nelle città di Homs, Latakia, Idlib ed Hama, di contrabbando di armi e munizioni dalla Turchia verso la stessa città siriana di Homs.

In particolare rivelò di come il suo nome (divenuto una “leggenda” tra i ribelli) fosse usato nel mese del Ramadan come “parola chiave” per ottenere donazioni in denaro e fare promesse vuote.

Di lui non si seppe più nulla, ma insistenti voci vicine ai ribelli raccontavano che fosse stato rapito dall’intelligence turca, che lo avrebbe consegnato nelle mani degli iraniani i quali, a loro volta, lo trasferirono all’intelligence siriana e da qui a un carcere di Damasco in Siria. Una versione sempre negata dal ministero degli esteri turco.

Con il senno di poi, se il mondo avesse ascoltato attentamente il colonnello Hussein Harmoush e le sue dichiarazioni tra giugno e settembre 2011, forse oggi la Siria non sarebbe l’inferno in terra che è, dilaniata da decine di gruppi e gruppetti armati, dall’SAA e dallo Stato Islamico. Come racconta Francesca Borri la neve in Siria diventa rosa perchè quando cade si mescola con il sangue dei civili massacrati.

Oggi sappiamo che Hussein Harmoush fu veramente portato in un carcere del regime siriano. E sappiamo anche, grazie alle foto di “Cesare” pubblicate da Zaman al Wasl, che l’ex colonnello dell’SAA è stato probabilmente brutalmente torturato ed ucciso. Il giornale dell’opposizione siriana non conferma al 100% l’identità di Harmoush, non è effettivamente possibile averne certezza, ma nelle fotografie la somiglianza è notevole e il margine di errore davvero minimo.

Abbiamo deciso di non pubblicare le foto del corpo di Hussein Harmosh per una questione di rispetto nei confronti dei nostri lettori. I link contenuti in questo pezzo possono però aiutare chi lo volesse a saperne di più.