Mattarella e l’uranio impoverito: bufala o no?

Grande corsa alla “bufala”, ma sull’uranio impoverito c’è molto da dire. E ci sarebbe da dire anche sulla politica, che viene sempre più spesso lasciata da parte.

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Il tema è: Mattarella e l’uranio impoverito. E il fatto che sia questo, il tema, è un problema.

Svegliarsi all’alba di un nuovo giorno e scoprire senza stupore che non è cambiato niente. Mentre il caffé – il secondo – va giù amaro, la rassegna stampa del lunedì, che segue quella agiografica della domenica, si fa sfogliare rapidamente, senza guizzi: il mio cane sbadiglia. Sbadiglio anch’io.

Lo Storify di Valigia Blu, che mette insieme gli orrori nostrani a proposito del nuovo Presidente della Repubblica, non mi fa più nemmeno sorridere: è solo un piccolo assaggio di quel che ci tocca leggere e di quel che ci tocca sentire.

Un qualcosa che si poteva facilmente profetizzare già nelle ore immediatamente precedenti l’elezione di Sergio Mattarella. Era facile immaginare che qualcuno avrebbe gridato al capolavoro politico.

Detto-fatto: poche ore dopo, mi trovavo a commentare questo, come una specie di social-Cassandra.

Eletto Mattarella, succede che: per qualcuno poteva andare peggio (ci credo, potrebbe sempre andare peggio. Per esempio, potrebbe piovere). Per altri è il momento di dimenticarsi di essere giornalisti, indossare una maglietta con su scritto “Welcome” e sdraiarsi a terra in attesa del passaggio del nuovo Presidente da idolatrare. Per altri ancora è il momento di trovare la polemica ad ogni costo (ma mi raccomando: che sia sterile e non consenta di approfondire. È il caso di Beppe Grillo). Per altri di andare a fare gli antibufala.

Ora, lo diremo così. Non è vero che Mattarella non ha mai detto che l’uranio impoverito non è stato usato in Bosnia. Ovvero, lo ha detto. Sì, Siani, citato dal blog di Beppe Grillo, sbaglia le date.

Ma c’è una trascrizione integrale dalla Camera in cui lo dichiara. Per la precisione, Mattarella dice, il 27 settembre del 2000:

«Va escluso anche che siano collegabili all’uranio impoverito i due casi letali di leucemia acuta che si sono verificati nelle Forze armate, il primo sei anni fa, il secondo l’anno passato. Nel primo caso, il giovane vittima della malattia non era stato mai impiegato all’estero; nel secondo caso, il giovane militare era stato impiegato in Bosnia, precisamente a Sarajevo, dove non vi è mai stato uso di uranio impoverito»

Lo ha detto, Mattarella. Poi ha chiesto i numeri. Poi la NATO ha ammesso e quindi l’allora Ministro della Difesa ha dovuto ammettere a sua volta, e quindi ha istituito la commissione scientifica. Poi è arrivata la commissione parlamentare, che ha iniziato i lavori nel 2006, li ha finiti nel 2013 (!) dichiarando, sostanzialmente, che non c’è correlazione certa fra i tumori e l’uso di uranio impoverito, ma che non si può escludere che sia almeno una concausa. Una dichiarazione democristiana (anche se Mattarella non era più della partita, visto che non era ministro dal giugno 2001).

Quindi, lo disse. Poi dovette ritrattare, poco dopo.

Non è il singolo episodio che caratterizza la storia di un politico, ma il modo in cui la stampa tutta tratta l’elezione di un presidente è emblematico non solo della situazione politica ma anche di quella culturale e sociale di un paese.

La fretta è cattiva consigliera, e porta a trarre conclusioni troppo rapidamente.

Ammesso e non concesso che la questione dell’uranio impoverito sia importante, la vera domanda, qui, alla luce di come sono andati i fatti e alla luce della cronologia integrale, è: Mattarella sapeva, prima dell’ammissione della NATO? Non sapeva? Poteva non sapere?

Forse poteva non sapere. Il che pone seri interrogativi sulla qualità della politica estera e della politica militare italiana all’epoca (e anche adesso, sia chiaro). Nel commentare l’ammissione NATO, che lo sconfessava, Mattarella si trovò a dire:

«Devo manifestare rammarico per il fatto che organizzazioni internazionali interessate forniscano solo ora e per nostra richiesta un’informazione importante per la sicurezza della comunità bosniaca così come per quella internazionale».

Ammettendo, di fatto, quantomeno l’irrilevanza dell’Italia in tutta l’operazione in Bosnia (operazione che pure il nostro paese aveva avallato).

Tutta la discussione fin qui prodotta, però, rischia di restare accademia.

Tanto per cominciare, l’agiografia ostentata e amplificata funziona nell’italiano medio. Poi, come al solito, concentrandosi su una polemica (o su quella volta in cui Mattarella se la prese con Madonna, o con le minigonne a scuola), si perde il filo. Il filo del centrismo conservatore del nuovo Presidente della Repubblica, vicino alla CEI – che infatti saluta e in qualche modo ringrazia, con un pezzo dal titolo Auguri e vicinanza, parole scelte, non casuali –, radicato ad un passato che, come ricorda Francesco Erspamer nel commentare gli inspiegabili entusiasmi “a sinistra”, è

rappresentante di un centrismo antico, totalmente impreparato a contrastare il neocapitalismo liberista (che neanche riconosce come un problema, per non dire un avversario) […] La seconda Repubblica non la creò Mattarella ma di certo non la combatté e anzi contribuì a costruirla: cosa lo qualifica, oggi, come un antidoto a quella deriva?

Ecco. Questo, se vogliamo parlare di politica, è un commento politico.

Poi ci sarebbe la faccenda della mafia e dell’antimafia. Dolci contro il padre di Mattarella, Bernardo. Le verità storiche, quelle giudiziarie, quelle etiche e morali. Il pezzo, bellissimo, di Fava sui Cento padroni di Palermo. La morte di Bernardo Mattarella. La legge elettorale che di fatto spianò la strada al bipolarismo (pur non ispirata dal solo Mattarella Sergio, chiaramente). Cose che andrebbero approfondite con calma, ma non c’è il tempo perché fra una settimana l’elezione del nuovo presidente della Repubblica non sarà più una notizia.

Il caffé, il terzo, va giù ancora più amaro.

La rassegna stampa provoca rassegnazione. La politica italiana ancora di più. Il dibattito che le fa da contorno, be’, non ne parliamo.

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