Sergio Mattarella e Berlusconi: dalla legge Mammì alla fine della seconda Repubblica

La storia politica di Berlusconi comincia con la legge Mammì, firmata da Mattarella: ecco perchè il dissapore tra i due chiude il cerchio della Seconda Repubblica

La scelta di Forza Italia di votare scheda bianca alla quarta votazione per l’elezione del Presidente della Repubblica, dopo che per giorni si sono rincorse le polemiche attorno non tanto al nome di Sergio Mattarella quanto al “metodo” adottato nella scelta del nome, ufficialmente viene motivata come atto politico.

In realtà l’ex partito-azienda sembra essere stato chiuso in un angolo, con un Silvio Berlusconi “beffato” o addirittura “truffato” dal premier Matteo Renzi, che a sorpresa avrebbe fatto il nome di Sergio Mattarella: un nome, questo, che scatena brutti ricordi nel mondo berlusconiano.

Ricordi che affiorano da radici nate nel 1990 quando vide la luce la legge 223/90, la cosiddetta Legge Mammì, che disciplinò il sistema radiotelevisivo pubblico e privato rompendo di fatto quel monopolio privato costruito illegittimamente (per le leggi del tempo) da Silvio Berlusconi.

Erano anni che l’imprenditore milanese intesseva rapporti con politici di ogni parte, su tutti Bettino Craxi che fu testimone alle nozze Berlusconi-Lario, per salvaguardare quell’impero televisivo che tanto caparbiamente aveva creato tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80: erano gli anni in cui le casalinghe scendevano in piazza con i bastoni e i telecomandi per “salvare Canale 5”, che aveva a sua volta “salvato” la vita di queste persone rompendo il monopolio televisivo della Rai e diffondendo in tutta Italia un nuovo modo di fare intrattenimento e informazione.

La Legge Mammì di fatto legittimava quanto prima era illegale, ovverosia la diffusione a livello nazionale delle televisioni private financo in regime di monopolio com’era all’epoca (ci fu poi la questione delle frequenze, una battaglia legale durata quasi un ventennio che ha finito per condannare Rete4, una condanna di fatto mai eseguita visto che la Legge Gasparri, introducendo poi il digitale terrestre, salvò le trasmissioni in chiaro del canale tv), di fatto aprendo ad una liberalizzazione del sistema televisivo.

A seguito della fiducia posta dal VI Governo Andreotti sulle forti pressioni del Partito Socialista Italiano, il 27 luglio 1990 cinque ministri della sinistra DC si dimisero dall’incarico (Mino Martinazzoli, Sergio Mattarella, Riccardo Misasi, Calogero Mannino e Carlo Fracanzani), ma la legge verrà comunque approvata con la fiducia e a voto segreto in data 1 agosto 1990.

E’ forse in quelle dimissioni che siede il dissapore (almeno di senso) che Silvio Berlusconi nutre per Sergio Mattarella: di fatto, se la vediamo sotto questo profilo, con la (possibile-probabile) elezione dell’ex democristiano a Capo dello Stato si chiude definitivamente la Seconda Repubblica, costruita su quell’impero televisivo per salvaguardare quell’impero televisivo.

“Riteniamo che porre la fiducia per violare una direttiva comunitaria sia, in linea di principio, inammissibile…”

disse lo stesso Sergio Mattarella giustificando le proprie dimissioni, anche quelle una parte di storia politica del paese (dopo la DC ebbe il suo rovinoso e repentino crollo). Quella legge creava di fatto un oligopolio che la Corte Costituzionale e la politica italiana ha impiegato quasi vent’anni per smantellare.

Per questo motivo l’eventuale elezione di Mattarella al Quirinale sarebbe una specie di chiosa generale del berlusconismo: negli anni la Corte Costituzionale (non quella di cui fa parte Mattarella però) ha picconato pezzo dopo pezzo parecchi commi della legge Mammì, rilevandone numerosi profili di incostituzionalità, ma in realtà l’elezione di Mattarella è il rivivere di uno scontro quasi “generazionale” tra statalismo e liberalismo economico.

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