‘Ndrangheta e politica, in Emilia dal “patto del lavoro” al “patto per la legalità”

Dopo la maxi operazione dei Carabinieri con centinaia di arresti e indagati in Emilia e altre regioni, ha fatto bene il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ed ex sindaco di Reggio Emilia Graziano Del Rio ad affermare su Twitter: “ le inchieste della Dda di Bologna fondamentali per rendere più forti e libere le nostre comunità”.

Ma le “nostre comunità” sono preoccupate e allarmate da un fenomeno gravissimo, quello della ‘Ndrangheta, con i suoi tentacoli velenosi giunti fino in Emilia-Romagna, regione da sempre retta dalla sinistra, considerata un esempio della buona amministrazione, almeno fino a pochi anni addietro, fino all’inciampo di Vasco Errani.

Fanno oltre modo riflettere le parole del Procuratore nazionale antimafia Franco Roberti: “Un intervento che non esito a definire storico, senza precedenti. Imponente e decisivo per il contrasto giudiziario alla mafia al nord. Non ricordo un intervento di questo tipo per il contrasto a un’organizzazione criminale forte e monolitica e profondamente infiltrata”.

Da anni tutti vedevano, molti sapevano, nessuno parlava. Evidente anche l’intreccio ‘Ndrangheta-politica. Tant’è che anche la politica locale è coinvolta nell’inchiesta. Gli inquirenti hanno documentato attività di supporto e tentativi di influenzare elezioni amministrative da parte degli affiliati al gruppo criminale in vari comuni dell’Emilia, in particolare Parma (2002), Salsomaggiore (2005), Sala Baganza (2011), Brescello (2009).

Qui, oltre a ribadire il plauso all’azione della procura distrettuale Antimafia, della Magistratura e delle Forze dell’Ordine, interessa il risvolto politico della gravissima vicenda. Vicenda che conferma la gravità di un fenomeno, quello delle infiltrazioni della criminalità organizzata di origine mafiosa nell’economia legale (‘Ndrangheta in particolare), che rappresenta una realtà consolidata in Emilia Romagna e dintorni. Emerge anche una precisa caratteristica della criminalità mafiosa che si è insediata in Emilia Romagna: quella di una “mafia imprenditrice” .

Mette il dito nella piaga il segretario generale della Cgil emiliana Vincenzo Colla: “Noi sappiamo cosa questo significa dal lato del lavoro: è in questa tipologia di imprese che normalmente si annidano le forme peggiori di sfruttamento, di negazione dei diritti, le più inaccettabili condizioni di lavoro. E fa riflettere il fatto che il Governo, con il Jobs Act e con la Legge di Stabilità, ha previsto una serie di incentivi a pioggia che non solo non fanno filtro rispetto alle aziende irregolari, ma fanno si che a beneficiarne siano anche imprese nelle mani della criminalità organizzata”.

E’ evidente che l’attività di repressione è fondamentale e va sostenuta, ma serve una intensificazione dell’azione di prevenzione, con il pieno coinvolgimento delle istituzioni (locali) insieme alle parti sociali e alle forme associative impegnate nella lotta alle mafie. Qualcosa si è fatto per la ricostruzione post terremoto del 2012, a partire dal Protocollo sottoscritto un mese dopo quegli eventi, dal quale sono scaturite Ordinanze del Commissario, e altri atti importanti ma che non hanno fermato le infiltrazioni nella ricostruzione.

Incalza Colla: “ Ci vuole una nuova sfida: quella di far si che il che il “Patto per il lavoro” proposto dal nuovo Presidente della Regione divenga anche un “Patto per la Legalità. La discussione politica deve fare un salto di qualità anche riguardo a quale modello di sviluppo economico e sociale, valori etici e diritti fondamentali vogliamo affermare, soprattutto in questa regione. Diversi i punti da affrontare: quello degli appalti (dicendo un no definitivo al massimo ribasso) e della estesa e purtroppo incontrollata filiera dei subappalti; il tema dell’anticorruzione (la legge 190/2012 è ampiamente disattesa anche in questa regione); la questione dei beni sequestrati e confiscati alle mafie (l’Emilia Romagna è schizzata in alto nelle classifiche sui beni sequestrati e confiscati)”.

Nodi fondamentali. E non solo in Emilia Romagna. Che dice il governo Renzi?