Elezioni Grecia: Perché Syriza ha vinto

Syriza ha vinto le elezioni in Grecia. Ma la vittoria, in questo caso, non è solo di ordine quantitativo. Il partito di Alexis Tsipras ha inaugurato un nuovo modo di fare politica

Dopo la vittoria netta alle urne di Syriza i media, “soggiogati” dall’informazione in real time, che fa tutt’uno con infotainment, si imbracano in arditi parallelismi tra Tsipras e Renzi, o peggio sono lì pronti a demonizzare le possibili alleanze che la sinistra metterà in campo per governare (senza conoscere la realtà ellenica nella specifico). Sia ben chiaro, con questo non vogliamo dire che intendiamo sostenere facili trionfalismi sul futuro della Grecia, perché sappiamo che la strada per un’azione di governo efficace è strettissima. Il futuro esecutivo non potrà rimangiarsi le promesse fatte e, nel caso in cui l’Europa si arroccasse sulle sue posizioni, dovrà avere in tasca una sorta di piano B, ovvero un programma per un’uscita dall’euro molto ragionata. A tale riguardo segnaliamo l’ottima analisi svolta dall’economista Emiliano Brancaccio, pubblicata su Micromega.

Detto ciò, oggi ci pare il caso di soffermarci sulle motivazioni della vittoria di Syriza, che non sono solo legate al no all’austerity. La modalità con cui la sinistra radicale greca ha fondato il suo “patto” con i cittadini deve essere interpretata come una grande novità nel panorama politico europeo. Che nulla ha a che fare con il neo-fascismo identitario di Le Pen e Salvini, con la socialdemocrazia élitaria di Schulz o con la sinistra ex comunista di apparato. Partire da questo punto è fondamentale.

Fino al 2012 Syriza era una piccola formazione politica che al massimo era in grado di arrivare al 3%. Una galassia di sigle, che in comune avevano la lotta contro la globalizzazione e la partecipazione ai movimenti di Seattle e Genova. Fra loro, questi soggetti erano molto rissosi e rischiavano di rimanere condannati alla pura testimonianza. Poi, la svolta: è scoppiata la crisi ed è stato deciso che la sovranità nazionale ellenica doveva essere commissariata da Bruxelles e Francoforte in nome del Fiscal Compact.

Il Pasok, il partito socialista, ha deciso di allearsi con Nuova Democrazia di Samaras e sostenere le politiche di rigore. Chi non era d’accordo veniva radiato dal partito. Così, nella doppia elezione di maggio e giugno del 2012, ecco che improvvisamente esplode il fenomeno Syriza, tanto che raggiunge un incredibile 27%. Da allora Syriza ha fatto opposizione senza compromessi, mentre i socialisti sono andati incontro ad un progressivo, quanto ineluttabile, deterioramento.

Dunque la prima mossa vincente di Alexis Tsipras è stata quella di sapersi infilare dentro una precisa contraddizione, che ha condotto i socialisti ad approvare tagli scellerati alla spesa sociale in obbedienza al dogma del rigore. Questa cosa è accaduta, in maniera minore, anche in altri paesi come l’Italia, dove è nato il governo Monti. Ma nel nostro caso la “sinistra” del Pd non ha saputo emergere con un suo programma alternativo, per tante ragioni che non stiamo qui ad elencare. Quello che conta è specificare che le scelte del Pasok mostrano perfettamente qual era il nuovo corso della socialdemocrazia in Europa. Orientamento che continua ad essere accettato, basti guardare al piano di riforme strutturali che Renzi ha scelto di sposare.

Individuata la contraddizione, Tsipras ha fatto un salto di qualità a livello politico. Ha sfidato l’opposizione interna nel suo partito, che non vede di buon occhio il nuovo linguaggio inclusivo del premier ed è costantemente preoccupata di perdere la propria identità. Il trentanovenne greco non ha “risolto” la cosa a forza di slogan e puntando su un leaderismo esasperato, ma con una matura elaborazione politica. Per chi lo ha sentito parlare al Teatro Valle a Roma è stato evidente. Detto in maniera un po’schematica, Tsipras ha scelto di puntare su un modello di partito nazionale-gramsciano, e non su quello di classe.

Ma, attenzione, è proprio qui che entra in gioco il carattere innovatore. Syriza non ha cercato solo di fare egemonia su ceti sociali che normalmente non l’avrebbero votata, né si è limitata a porre la questione del governo di salvezza nazionale. La Coalizione di Sinistra ha fatto propria anche la lezione venuta dai movimenti, coniugandola con l’esigenza di una struttura organizzativa. Come dire: favoriamo l’orizzonatlità ma allo stessto tempo le diamo una certa verticalità, perché altrimenti tutto si ridurrebbe a frammentazione, litigiosità, passività.

Detto in altri termini, Syriza non ha risposto al problema organizzativo con formule stantie, come quella del centralismo democratico, ma ha aperto il partito. Le sue sedi sono diventate luoghi fisici di incontro, tra persone che prima non si sarebbero parlate, ma anche centri dove sono state messe a disposizione mense per i poveri.

Inoltre, Syriza avuto relazioni con i centri di assistenza per gli immigrati, ha offerto “supporto” ai disoccupati, ha sostenuto la nascita di farmacie e cliniche sociali per l’enorme massa di esclusi dalla sanità pubblica. Insomma, il partito di Tsipras si è mosso parallelamente ad un welfare sotterraneo, di mutuo soccorso, ma senza piantare bandierine, volendo giocare il ruolo di avanguardia illuminata. A dimostrazione ciò è stato anche il suo costante dialogo con le esperienza di resistenza nate in Grecia durante la crisi: dalle comunità sostenibili, alle fabbriche autogestite. Niente a che vedere, dunque, con il leaderismo astratto, con le primarie a due euro o con le democrazie dell’algoritmo della Casaleggio Associati.

Syriza, poi, non ha mai avuto giornali e televisioni, né ha scelto di stare su internet in senso “maggioritario”. Inoltre ha fugato le scorciatoie populiste: non ha cavalcato spinte nazionaliste, non ha messo in discussione il parlamentarsimo e con gli intellettuali ha avuto un atteggiamento dialogico, a differenza del nostro Renzi che ama disprezzarli pubblicamente. Tsipras ha saputo innovare, senza “nuovismo”, ha saputo recuperare i punti di riferimento storici e culturali della sua storia, ma non per portarli in un museo. E, infine, cosa più importante di tutte, ha messo in atto un ripensamento del ruolo dei partiti contro l’ideologia dominante, secondo la quale sarebbero morti e amen.

Tsipras ha voluto anche dare un respiro genuinamente internazionale alla sua lotta, basti guardare al suo progetto di cambiamento della Ue. La ristrutturazione del debito attraverso una Conferenza sul modello di quella di Londra del ’53, l’idea di un keynesismo continentale, la proposta per una legge europea che ricalcasse il Glass-Steagall Act, sono tutti elementi che dicono chiaramente che Syriza non si è accodata alle formazioni euro-scettiche, che vedono nell’uscita dall’euro la formula per risolvere tutti i problemi. Il partito ellenico ha fatto indiscutibilmente una scelta di campo a sinistra.

E a chi si ostina a voler accostare Tsipras a Renzi o a Le Pen, a seconda dell’operazione di propaganda che sceglie di portare a termine, noi ricordiamo quello che il leader di Syriza ha scritto nella prefazione al libro Cosa Vuole l’Europa (di Slavoj Žižek e Srećko Horvat): “Oggi l’opposizione non è tra paesi in deficit e paesi in surplus, né tra popoli disciplinati e popoli ansiosi. L’opposizione è tra gli interessi delle società europee e l’esigenza del capitale di realizzare costantemente i profitti“.

Infine, vogliamo chiudere osservando che la vittoria alle urne non è solo una vittoria della sinistra, ma della democrazia. Ieri la crisi profonda della rappresentanza, di cui il capitale finanziario, e non la “casta”, è il maggiore responsabile, sembrava di colpo essere venuta meno.

L’esperienza di Syriza ha palesato che la costruzione di un potere costituente, il ripensamento del ruolo delle istituzioni, la base popolare del consenso e la partecipazione attiva sono un compito imprescindibile oggi per ribadire i nostri principi fondanti e per avviare delle trasformazioni reali. Perché se da un lato la democrazia deve convivere con una tensione interna rispetto ai suoi ideali, che non saranno mai pienamente mantenuti, d’altro canto senza quella tensione, che mette in discussione le cristallizzazioni di potere, va incontro ad una drammatica estinzione.