Renzi, al via la battaglia per il Colle

Si apre domani una settimana molto importante per la politica italiana, in particolare per Renzi e il suo governo, con le annunciate dimissioni di mercoledì 14 gennaio del Presidente Giorgio Napolitano.

Questo, in un quadro internazionale segnato pesantemente dai fatti terroristici parigini e, al nostro interno, dentro una situazione economica sempre pesante, con un deficit nei primi nove mesi dell’anno che ha sfondato il 3 per cento e si pone adesso al 3,7 e con una disoccupazione ancora in aumento a cifre record.

Non bastasse ciò, pesa sul quadro politico e sulle prospettive del governo, il controverso decreto “salva-Berlusconi” (la cui decisione è stata posticipata incredibilmente al 20 febbraio…), o meglio, il grimaldello da repubblica delle banane, uno dei frutti malati della malapianta del patto del Nazareno fra Renzi e Berlusconi, quel “salva-Berlusconi” che verosimilmente peserà –eccome!- sull’esito finale dell’elezione per il nuovo inquilino del Colle.

La ciliegina (bacata) sulla torta riguarda l’altalena sulla nuova legge elettorale, un “pastrocchio” all’italiana, dentro il quale brilla – si fa per dire – la insostenibile riforma del Senato.

Sul nodo del Colle, Renzi ha fatto capire di aver messo tutte le carte a posto, preannunciando di poter calare l’asso vincente (cioè il nome del candidato al Colle) alla “quarta votazione”. Che significa?

“In primo luogo – scrive Antonio Fanna – è un’ammissione, a denti stretti, di debolezza: non si ripeteranno i casi di Francesco Cossiga e Carlo Azeglio Ciampi, eletti a larghissima maggioranza alla prima votazione, pilotati da leader discussi ma indubbiamente alibi come Ciriaco De Mita e Massimo D’Alema. Mettere d’accordo 670 persone al primo scrutinio è una missione impossibile per Renzi. E non ci saranno – dice Renzi – altri casi Marini, entrato in aula presidente e uscito bastonato”.

Il premier ripiega dunque sulla maggioranza semplice, a dimostrazione che la sua maggioranza (politica e parlamentare) non è così forte come viene sbandierata ma ha i piedi d’argilla. Vedremo che accadrà, alla prova dei fatti.

Il nome che Renzi tiene oggi ben rinchiuso in tasca sarà il termometro di quanto e di come Renzi sarà stato capace e sarà capace di mediare con gli altri partiti (Forza Italia ecc.) e soprattutto con la minoranza Pd, sempre più in fibrillazione, rinfocolata dalla furbata-porcata del “salva-Silvio”, e pronta a metter sul conto di Renzi tutto ciò che ha subito fin qui da quando il “rottamatore” è diventato segretario-premier.

Non senza ragione, ma forse ingenuamente, Bersani&C dicono papale papale a Renzi: prima devi metterti d’accordo con noi del Pd e poi sul nome designato dal Pd vai a trattare con Berlusconi e con gli altri partiti.

Renzi fa sì con la testa ma tace sapendo (anche) che la ferita dei 101 voti del 2013 brucia forte, un chiodo rovente nel costato di Bersani e dei suoi, sempre pronti a ripagare presto Renzi con la stessa moneta.

Fra i candidati, Romani Prodi resta il più “papabile”, ma il Prof sa bene di che pasta sono i suoi “amici”, Renzi per primo. L’ex premier ed ex capo dell’Ulivo ribadisce il suo “no” ad amici e nemici, ma si scalda in panchina, ai margini del campo. Non si sa mai.