La complessità – Charlie Hebdo, sicurezza, colonialismo, terrorismo, satira e molto altro

Uno spazio di approfondimento sui recenti fatti di Francia e non solo.

«Il primo nemico della democrazia è la semplificazione»
«Il meglio è possibile, ma il bene è fuori della nostra portata»
Tzvetan Todorov, I nemici intimi della democrazia

Gli eventi occorsi in terra francese necessitano un approfondimento che non si può fermare alla nuda cronaca dei fatti, ma che al tempo stesso deve essere ragionato. Abbiamo pensato, dunque di proporre ai lettori di Blogo e del suo magazine politico, Polisblog, un approfondimento ampio e ragionato, aperto a futuri aggiornamenti e ai contributi che riusciremo a raccogliere e che riterrò utili per ampliare il discorso.

Finito il momento dell’emotività, è arrivato finalmente quello delle analisi ampie e a freddo, che vi proponiamo qui di seguito.

    Un’introduzione
    di Alberto Puliafito
    Fallaci e Terzani: abbiamo perso 13 anni?
    di Andrea Spinelli Barrile
    Il banco vince sempre
    di Davide Mazzocco
    Il semplice invito della satira
    di Carlo Gubitosa
    La sinistra
    di Francesco Erspamer
    La libertà di ridere
    di Ettore Ferrini
    L’islamismo globalizzato, l’odio antioccidentale e il paradosso di Voltaire
    di Antonello Ciccozzi
    Tutti uniti
    di Mauro Biani

Un’introduzione

    I titoli e le immagini sono ingannevoli e sono veicoli di semplificazioni continue. Le frasi estrapolate dai contesti sono mistificatorie. Ecco perché ho scelto una vignetta dall’ultimo numero del Charlie Hebdo che complica. Ecco perché una delle cose più difficili, nel mettere insieme questo corposo insieme di contributi, è stata scegliere titoli per i paragrafi. Sono titoli che potete tranquillamente dimenticare: se siete arrivati fin qui, godetevi la lettura nella sua complessità.

    Le semplificazioni, come scrive Todorov in una delle due citazioni che ho scelto per aprire questo spazio, sono il primo nemico della democrazia. Forse, per condividere questa premessa dovremmo addirittura andare a ridefinire il concetto stesso di democrazia, per essere certi di avere basi condivise. Mi rifaccio ancora al filosofo delle idee bulgaro, non per idolatria, che rifuggo, ma per la lucidità del suo pensiero e anche perché Todorov è stato uno dei pochi che ha saputo fare una disamina fredda e lucida anche dei fatti del Charlie Hebdo nelle ore immediatamente successive all’attacco armato (Qui il suo intervento: per carità, andate oltre il titolo. Anzi, se potete non leggetelo nemmeno). Todorov definisce così la democrazia:

    «un insieme di caratteristiche che interagiscono formando un meccanismo complesso, in seno al quale si limitano e si compensano reciprocamente, perché, anche se non sono in netto contrasto, hanno origini e finalità differenti».

    Si badi bene: la sua analisi non nega l’esistenza del conflitto (sociale, politico, economico che sia). Anzi, lo colloca proprio alla base del regime democratico, che cerca di ottenere un equilibrio fra istanze conflittuali. Badiamo bene: si tende all’equilibrio, non ci si arriva. Il bene lasciamolo ai fanatici dei valori assoluti e della perfezione. È da questo punto di partenza che il filosofo riesce a proporre la sua disamina a caldo senza cadere nei tranelli di quei giorni.

    Quel terribile “noi-loro” proposto dall’editoriale congiunto dei giornali del progetto Europa. La caccia alle streghe cavalcata a destra, ma anche da una certa pseudo-sinistra. L’equivalenza Islam-terroristi. Quella sensazione pruriginosa e strisciante dell’accusa implicita ai vignettisti: «però ve la siete cercata», «non si provoca così», «siete islamofobi».

    La problematizzazione su quel che fosse diventato nel tempo il Charlie Hebdo è un’altra cosa: semplificando, per molti si è trasformato in un veicolo di idee islamofobiche afferenti a una certa intellighenzia della sinistra “bianca” francese. È un’analisi che si può fare soltanto avendo ben presente la storia della Francia e della sua grandeur, l’ossessiva fiducia nell’illuminismo razionalista, il contesto in cui l’Islam si è diffuso in terra di Francia. Ed è un’analisi che va fatta a mente fredda.

    Ma anche comprendere la genesi dell’assalto armato, ricordare che gli attentatori erano francesi, ampliare l’analisi per comprendere non le radici dell’odio, della disperazione.

    Per molti tutte queste condizioni al contorno sono sufficienti ad assumere una posizione da tifo cieco. Per me sono fondamentali per arricchire la comprensione dei fatti, e sarebbero ulteriormente da approfondire. Per farlo non bastano 140 caratteri, né una manifestazione di solidarietà alle vittime.

    A cosa ci siamo trovati di fronte, dopo i fatti di Parigi? A uno sfoggio dello slogan monolitico Je Suis Charlie e alla contrapposizione del Je ne suis pas Charlie secondo una divisione piuttosto manichea. O ci si riconosceva nell’essere tutti Charlie e allora si era dalla parte dei buoni, oppure no, e allora si era da quella dei cattivi.

    Peccato che fra tutti coloro che hanno difeso la libertà di stampa, i nostri valori, la nostra democrazia c’erano figuri che hanno ben poco a che fare con il normale vivere democratico, ma che piuttosto rappresentano la deriva di uno dei tre pilastri della democrazia stessa. A sfilare nel giorno della rappresentazione del cordoglio c’erano populisti, ultraliberisti, personaggi che propongono vari messianismi, teorici del pensiero unico. C’erano capi di stato dove i giornalisti si incarcerano, capi di stato che fanno bombardare civili, capi di stato che sbeffeggiano chi fa domande e sfottono i “professoroni”. Tutti uniti a fingere di essere alla testa di un corteo. Fingere, sì, perché basta guardare la versione presa dall’alto della foto di gruppo del cordoglio per capie quale fosse il tenore della messa in scena (leggere Massimiliano Zucchetti per verificare). Tutti per la libertà, ma quella che dicono loro, quella che intendono loro. Mica per tutti. E la libertà, senza gli altri due pilastri della democrazia (il potere al popolo e il progresso) non è nulla.

    C’era poi il consueto, umano bisogno di “stare insieme”.

    Tutte semplificazioni che si dimenticano che “noi” occidentali non siamo solamente vittime (anche se la narrazione del vittimismo funziona alla perfezione, come ha scritto benissimo Wu Ming 1 su Giap) ma anche carnefici. Che il colonialismo è esistito (anche in Italia, pure se l’abbiamo rimosso. Come abbiamo rimosso i manicomi e tutte le nefandezze che l’italiano-brava-gente ha saputo compiere).

    Dall’altra parte, tutti i fanatici del “sì ma”, dei “distinguo” hanno dovuto per forza di cose far precedere i loro distinguo dalle orride premesse tipo “è chiaro che siamo contro il terrorismo” e via dicendo: anche qui, perché appena accade un evento esecrabile, condannabile, disgustoso, trincerarsi dietro le proprie posizioni di sempre diventa un facile scudo che non è affatto lontano da quello che si critica. È sempre una questione di “valori giusti”, di esportarli, imporli. Chi fa i distinguo, mi permetterebbe di criticarli duramente, se fosse al governo, se avesse la possibilità di comandare? No. Ed ecco che le posizioni degli anti-imperialisti trovano addirittura un’intersezione non vuota con le idee vaticaniste espresse oggi da Bergoglio. Per carità, diranno loro. Pensateci bene, mi permetto di dire io. Perché non si possono individuare solamente i danni abnormi del capitalismo aggressivo e violento, ma riconoscere anche i meriti del progresso.

    Sono terreni scivolosi, scoscesi, questi. Serve un pensiero coerente e critico, analitico, solido ma capace di adattarsi e di evolversi, uno sforzo enorme di astrazione per trovare una strada univoca e non fideistica. Una strada che non ho la presunzione di aver trovato. Ma la maggior parte dei commenti che ho letto mi ha profondamente deluso.

    Persino l’editoriale del nuovo numero del Charlie Hebdo, pubblicato in Italia dal Fatto Quotidiano, è stato una mezza delusione.
    Il giornale ironizza sulla solidarietà stessa per le proprie vittime. L’editoriale si regge abbastanza bene ma poi pecca della solita questione: la totale mancanza di dubbio nell’esaltazione della laicità come unico baluardo possibile per la libertà:

    «Essa sola permette, perché esalta l’universalità dei diritti, l’esercizio dell’uguaglianza, della libertà, della fraternità. Essa sola permette la piena libertà della coscienza, libertà che nega, più o meno apertamente secondo i loro posizionamenti di marketing, tutte le religioni da quando lasciano il terreno della stretta intimità per scendere sul terreno politico».

    Ma laicismo – meglio – significa anche, per estensione

    «ogni posizione che voglia garantire l’autonomia culturale e politica degli individui e delle organizzazioni contro i tentativi di imporre, attraverso il potere statale, concezioni filosofiche, religiose, politiche e sociali proprie di particolari gruppi»

    Autonomia culturale significa anche libertà di scelta. E dunque, quando l’editoriale di Gerard Biard auspica che

    «si smetterà finalmente di legittimare o anche solo di tollerare – per calcolo elettoralistico o per vigliaccheria –, il comunitarismo e il relativismo culturale che aprono la strada a una cosa sola: il totalitarismo religioso»

    commette, a mio avviso, un grave errore logico.

    La negazione del relativismo culturale è ugualmente totalitaria e fideistica e presume la possibilità di imporre un’universalità di valori evidentemente inesistente. Talmente inesistente che c’è anche chi dice che 12 persone uccise a Parigi “valgono” più di 2000 uccise in Nigeria (lo scrive un’economista che fa parte di Se Non Ora Quando, un gruppo trasversale di donne che lotta per la parità di genere).

    E siamo arrivati al conto dei morti. Ai “sì ma” dall’altra parte. E ovviamente tutto questo verrà utilizzato per darci vertici antiterrorismo. Più sicurezza. Meno libertà, approfittando delle “nostre” paure. Mentre il concetto di privacy muore (citofonare Edward Snowden) in nome dei “nostri valori” da difendere. Qualunque essi siano.

    Mi fermo qui: credo che questa lunga introduzione renda l’idea della complessità della questione e la necessità di parlarne da diversi punti di vista. Spero che diventino ancor più numerosi. Personalmente, non vedo altra strada che complicare il discorso per evitare i gravi pericoli della semplificazione.

    Eccoli.

(Alberto Puliafito, direttore responsabile Blogo.it)

Fallaci e Terzani: abbiamo perso 13 anni?

Terzani - Fallaci

“Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia.”
Karl Kraus

    Dopo la tragedia di New York dell’11 settembre 2001 la comunità internazionale era letteralmente sotto shock: dilaniata dal dolore empatico scaturito da quella tragedia ed amplificato dai media di tutto il mondo anche l’opinione pubblica italiana si interrogava sui rapporti tra occidente e mondo islamico.

    Un interrogarsi che si ripropone, con gli stessi toni e le stesse modalità di comunicazione di un tempo (il tutto accade solo molto più velocemente di allora), anche dopo i tre giorni tragici che hanno tenuto sotto scacco l’intera Francia: un segno, forse, che non si è fatta molta strada da allora.

    Vorremmo ripartire da un punto, o meglio uno spunto di riflessione che a cavallo tra settembre ed ottobre 2001 (quindi oltre 13 anni fa) ci fu offerto sul Corriere della Sera da due scrittori di fama mondiale: Oriana Fallaci e Tiziano Terzani. Fu la prima, inorridita dai fatti dell’11 settembre e dalla reazione del mondo arabo che i media internazionali mostrarono (i caroselli di auto a Gaza e i festeggiamenti in tante città del Pakistan, dell’Arabia Saudita, dello Yemen, etc): Oriana Fallaci rigurgitò in una lettera la rabbia che scaturiva da ansie ed angosce di una visione del mondo disillusa, feroce, lucidamente critica.

    “Io credevo di aver visto tutto delle guerre” scriveva Oriana Fallaci, ma l’orrore dell’11 settembre non le trasmetteva “nessun rispetto. Nessuna pietà. […] Io che in ogni caso finisco sempre col cedere alla pietà” verso gli attentatori, coloro che erano morti per portare la morte a decine di migliaia di persone innocenti. L’attacco della lettera di Oriana Fallaci era al fondamentalismo islamico, all’Islam stesso, ma anche all’Occidente benevolo e accondiscendente, con la deriva buonista che il mondo, il suo mondo, aveva intrapreso: la tolleranza fa male, ci sta uccidendo. Era questo il senso profondo, legittimo, dell’urlo di dolore ed odio della scrittrice toscana:

    “Più una società è democratica e aperta, più è esposta al terrorismo. Più un paese è libero, non governato da un regime poliziesco, più subisce o rischia i dirottamenti o i massacri che sono avvenuti per tanti anni in Italia in Germania e in altre regioni d’ Europa. E che ora avvengono, ingigantiti, in America. Non per nulla i paesi non democratici, governati da un regime poliziesco, hanno sempre ospitato e finanziato e aiutano i terroristi. L’ Unione Sovietica, i paesi satelliti dell’ Unione Sovietica e la Cina Popolare, ad esempio. La Libia di Gheddafi, l’ Iraq, l’ Iran, la Siria, il Libano arafattiano, lo stesso Egitto, la stessa Arabia Saudita di cui Usama Bin Laden è suddito, lo stesso Pakistan, ovviamente l’ Afghanistan, e tutte le regioni musulmane dell’ Africa. Negli aeroporti e sugli aerei di quei paesi io mi sono sempre sentita sicura. […]

    Non capite o non volete capire che se non ci si oppone, se non ci si difende, se non si combatte, la Jihad vincerà”.

    Il terrorismo, che colpiva il cuore dell’Occidente e dei simboli dell’Occidente (i suoi grattacieli più famosi nella Grande Mela, la Capitale del Mondo), era il male assoluto e, come tale, andava estirpato, annientato fino all’ultimo uomo: Oriana Fallaci si concentrò, nella sua invettiva, verso gli uomini e le donne che fanno del fanatismo islamico la loro fede incondizionata, allargando il discorso all’Islam intero che, nella sostanza, non condanna ed anzi incentiva certi fanatismi. Con il beneplacito delle coscienze degli invincibili occidentali.

    Le parole di Oriana Fallaci fecero discutere molto: nei licei, nelle università, nelle piazze e nei salotti televisivi “La Rabbia e l’Orgoglio” diventò il perno attorno al quale ruotarono dibattiti e posizioni contrapposte, che spaccarono in due l’opinione pubblica (non solo quella italiana) tra chi era profondamente concorde con le parole della scrittrice toscana e chi era profondamente, ed altrettanto rabbiosamente, in disaccordo con lei.

    La Rabbia e l’Orgoglio – di Oriana Fallaci

    Tra questi ultimi, seppur privo di rabbia, c’era lo scrittore e giornalista Tiziano Terzani, che qualche giorno dopo pubblicò sempre sul Corriere la propria visione più disincantata e pacifista del mondo moderno: Terzani si rivolse a Fallaci come un amico sinceramente colpito dalla sua “brillante lezione di intolleranza” proponendo la propria idea di speranza, un elemento del quale l’umanità intera non poteva fare a meno. Nel suo “Il Sultano e San Francesco” Terzani diede ai lettori una visione di pacifismo concretamente reale, non quello urlato nelle piazze con le bandiere multicolori ma quello praticato quotidianamente dalla sua stessa persona che tanti orrori aveva visto, vissuto e puntualmente documentato (così come la collega Oriana Fallaci).

    La posizione intelligentemente conciliante proposta da Tiziano Terzani è una lezione di nonviolenza ghandiana che parte dalla medesima analisi sulla quale Oriana Fallaci costruisce il suo legittimo rancore:

    “Da che mondo è mondo non c’ è stata ancora la guerra che ha messo fine a tutte le guerre. Non lo sarà nemmen questa. Quel che ci sta succedendo è nuovo. Il mondo ci sta cambiando attorno. Cambiamo allora il nostro modo di pensare, il nostro modo di stare al mondo. È una grande occasione. Non perdiamola: rimettiamo in discussione tutto, immaginiamoci un futuro diverso da quello che ci illudevamo d’aver davanti prima dell’11 settembre e soprattutto non arrendiamoci alla inevitabilità di nulla, tanto meno all’ inevitabilità della guerra come strumento di giustizia o semplicemente di vendetta.”

    Terzani nella sua lettera analizza anche le ragioni economiche che spingono l’Occidente a soffiare sul fuoco dei fondamentalismi: nelle parole di Terzani però nessuno è meglio di altri e, anzi, tutti sono sulla stessa barca. I palestinesi che si fanno esplodere nei mercati e gli imprenditori che nascondono i dati dell’inquinamento della propria impresa, le vittime di quell’esplosione e le vittime dell’inquinamento: esseri umani, persone che vivono la brutalità del mondo sulla propria pelle da inermi; il nemico, secondo Terzani, è quel “cinismo politico che oggi alimenta il terrorismo in certe aree del mondo e scoraggia tanta brava gente nei nostri paesi”, un cinismo che si è moltiplicato nel tempo aumentando la frattura tra le società del mondo ed accentrando ancor di più il potere nelle mani di pochi.

    Lo dimostra la crisi democratica che si palesa ogniqualvolta i cittadini europei si sono recati alle urne, sempre meno fino a diventare meno della metà.

    Il Sultano e San Francesco – di Tiziano Terzani

    E’ impossibile mettere in parallelo i due scritti, tuttalpiù possiamo sovrapporli l’uno sull’altro, leggerli in quel silenzio chiesto da Karl Kraus e, solo alla fine, osservare nelle parole di Oriana Fallaci e di Tiziano Terzani la nostra immagine riflessa: siamo noi che usciamo da quelle parole, siamo noi che siamo perfettamente rappresentati, nelle nostre paure e nelle nostre speranze, dalle posizioni in apparenza contrastanti dei due scrittori.

    Entrambi riportano le nostre paure, le nostre reazioni, le nostre speranze: le due lettere potremmo unirle assieme ed avremmo l’uomo, o la donna, del nostro tempo. Spaventati dall’ignoto ed incuriositi dall’inconoscibile, intransigenti con la morale altrui ma alla continua ricerca di una nuova morale per noi: è da quelle due lettere, mai comprese appieno, che si trovano tutte le grandi domande del nostro tempo. Domande alle quali vogliamo dare una risposta senza però approfondire noi stessi ed il mondo che ci circonda: le polemiche, i dibattiti, le parole che si sentono in questi giorni di smarrimento per i fatti di Francia non sono altro che le stesse che emersero la mattina dell’11 settembre 2001, quando osservavamo la nostra “sicurezza” sbriciolarsi e sciogliersi per colpa della follia umana.

    Il fatto che oggi si rispolverino le stesse polemiche di allora mostra in modo inequivocabile lo stallo della nostra società, immobile negli ultimi 13 anni ed oggi profondamente spaventata dal mondo che le sta attorno: c’è chi definirebbe tutto questo “società delle conseguenze”, di cui Fallaci e Terzani ci avevano anticipato non in modo profetico ma analitico. Non ci sono profezie nelle parole dei due scrittori toscani, non ci sono visioni dell’inferno che diventerà il mondo: ci sono allarmi, avvisi, avvertimenti, ci sono analisi e storie, c’è una gran parte del Novecento che non ha insegnato nulla al Secolo che è arrivato dopo. E’ proprio da qui che dovremmo ripartire, dallo scambio epistolare tra Oriana Fallaci e Tiziano Terzani per risalire la china e ritrovare un’identità smarrita nella confusione di un mondo che cambia più velocemente di quanto non siamo disposti a tollerare.

    Se è vero che siamo, ognuno di noi, tutti artefici del nostro destino questo diventa un dovere, non una scelta.

(Andrea Spinelli Barrile, giornalista, Blogo.it)

Il banco vince sempre

    Il banco vince sempre, il banco (il liberismo, la politica liberaldemocratica, scegliete voi la definizione che preferite) vince anche quando sembra abbia perso. Ribalta il risultato perché sa come farlo e, soprattutto, sa come farlo con il consenso popolare. La reazione emotiva, la possibilità che un evento come la strage di Charlie Hebdo abbassi quella che potremmo chiamare la “soglia di criticità individuale” nella maggior parte delle persone è altissima. Ero preoccupato mercoledì sera e lo sono ancora di più oggi perché la Storia recente insegna. Il Patriot Act del 2001 nato per difendere l’America del terrorismo è diventato lo strumento per un potere di controllo esteso all’economia e all’industria, alla politica estera di alleati e avversari. L’amministrazione Bush l’ha firmato per contrastare il terrorismo, l’attuale presidente statunitense è arrivato a intercettare i telefonini di Angela Merkel e Dilma Roussef. Il che significa soltanto una cosa: il terrorismo è platealmente utile alla propaganda, ma è elemento subordinato alle questioni di natura politico-economica. Non c’è nessun complotto, nessun retroscena , nessuna dietrologia, sia chiaro: è stato il gesto folle di tre integralisti. Ma l’Occidente saprà come approfittare del momento e dell’ondata di emozione per “investire” questo capitale emotivo in deroghe di medio-lungo termine che avranno un peso sulla quotidianità di tutti. La cosa più sbagliata che si possa fare è rispondere irrazionalmente all’irrazionalità, perché lassù, ai vertici, ci sarà chi troverà le risposte razionali al posto nostro, ma non nel nostro interesse ovviamente.


(Davide Mazzocco, giornalista, Blogo.it)

La sinistra

    La sinistra deve riuscire a ridirigere la xenofobia contro la globalizzazione. È l’unica strategia possibile per sconfiggere sia il liberismo che il neofascismo rivelando il gioco delle parti che stanno conducendo.

    Bisogna insomma mostrare che le grandi migrazioni sono una diretta conseguenza della deregolamentazione dell’economia, dello sfruttamento delle risorse dei paesi poveri e delle ingerenze politiche (corruzione) e militari (vendita di armi o interventi diretti) volte a favorire la penetrazione commerciale dell’occidente nel resto del mondo. Con l’aggravante che il fine non è neppure il benessere collettivo o nazionale bensì l’osceno arricchimento di un piccolo gruppo di mediocri imprenditori e di squali della finanza, gli stessi che per fare facili profitti non esitano a delocalizzare le fabbriche all’estero o a spostare le sedi legali in paradisi fiscali. La sinistra deve promuovere e apertamente teorizzare la difesa delle comunità e delle culture: sia quelle di chi è oggi costretto ad abbandonarle per fuggire la miseria o la guerra sia quelle di chi si sente minacciato dall’arrivo di troppi immigrati. Si può discutere di tempi, modalità e precedenze ma l’obiettivo politico deve essere la fine del nuovo colonialismo economico dell’occidente e del suo modello di sviluppo, e insieme a esso, contestualmente, la fine degli sradicamenti e spostamenti di massa.

(Francesco Erspamer, professore di studi italiani e romanzi a Harvard, autore di Controanalisi)

Il semplice invito della satira

    La lista degli sciacalli che si approfittano di Charlie Hebdo (gia’ farcita di neocrociati, veterofascisti, neocomunisti, fasciopadani, sciachimisti, complottisti, ex nemici giurati della satira ed altri soggetti che danzano sui cadaveri di uomini liberi per affermare il loro pensiero prigioniero di rigidi schemi mentali) si allunga con gli antimperialisti di Infoaut, che vogliono portare avanti le loro rivendicazioni tracciando improbabili legami tra la tempesta di queste ore e il vento seminato dai loro acerrimi nemici politici (link).

    Citiamo alcune perle del loro comunicato:

    «Negli ultimi 20/25 anni l’Occidente euro-atlantico ha effettuato direttamente o innescato per procura guerre e scontri inter-confessionali e inter-etnici per mantenere il proprio dominio geo-strategico su territori che corrispondono in larga parte a un radicamento maggioritario della fede islamica».

    E quindi? Purtroppo i morti di cui stiamo parlando oggi non c’entrano nulla con il libro nero dei crimini contro l’umanita’ dell’Occidente Euro-atlantico, che siete pregati di attaccare in separata sede e a commento di fatti pertinenti. Non va bene approfittarsi del fatto che adesso c’e’ un “liberi tutti” e ognuno pensa di potersi agganciare a questi lutti per dire quello che gli pare.

    “Resta pur sempre imprescindibile e obbligatorio chiedersi quanti morti hanno prodotto questi 30 anni di intromissione euro-americana nel medio-oriente”.

    Certo, dopo aver contato i morti di satira possiamo contare i morti di bombe occidentali con foga antimperialista, i morti dell’occidente con foga anti-islamista, i morti delle guerre sante con foga anticlericalista, i morti per il traffico di armi leggere con foga pacifista, i morti in divisa con foga militarista, i morti dell’informazione con foga da cronista, e ogni conteggio sara’ “sempre imprescindibile e obbligatorio” per quelli che lo faranno.

    Peccato pero’ che la satira abbia fatto un invito diverso, molto piu’ semplice, che pero’ nessuno vuole raccogliere: quello di contare i morti sterminati in tutto il mondo dalla coglioneria della razza umana, che in base alle leggi fondamentali elaborate da Carlo Maria Cipolla affligge in egual misura antimperialisti, islamofobi, anticlericali, pacifisti, militaristi, cronisti e ogni altra possibile categoria di “isti”, che in queste ore si stanno affrettando a mettere i loro puntini sull’unica, stretta e affollatissima I della parola satira, che si propone invece come come antidoto a tutti gli “ismi”, i settarismi e i particolarismi.

    Segue un lungo ed elaborato delirio dove nel medesimo minestrone troviamo “un islamismo politico-militante” (che fa una lotta di liberazione) “I servizi segreti e gli stati maggiori di Usa, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia” (che sono i colpevoli di tutti i mali del mondo) i fatti acccaduti “in Libia, in Mali, Siria e ora con l’Isis alle porte di Kobane”, e la giusta nemesi per le nostre colpe occidentali quando “un po’ di quella guerra sporca e dissimulata ci torna in casa”, e “la fisionomia delirante e mortifera di un mondo sull’orlo dell’implosione sistemica” ci mette di fronte ad una dura realta’: “la merda che esportiamo altrove ci ripaga della stessa moneta”.

    In pratica, una ricca e complessa cosmogonia, a partire dalla quale costruire una elaborata visione del mondo, della societa’ e della geopolitica a partire da un dato molto piu’ lineare: un gruppo di persone intente a praticare delle ricche espressioni di umanita’ e’ stato sterminato da altri esseri umani arruolati nell’esercito della disumanita’, un esercito che non ha solo truppe combattenti, ma anche un nutrito settore “stampa e propaganda” nel quale possiamo includere a pieno titolo tutti quelli che stanno cavalcando i fatti di Parigi per affermare le proprie ideologie, convinzioni, orientamenti politici e visioni del mondo, indipendentemente e a prescindere dalle convinzioni delle persone uccise.

    Seguono deliri sulla presunta strumentalizzazione a fini commerciali messa in atto da Charlie Hebdo per cavalcare la “nevrosi islamofobica”, e l’ennesima lezione di cosa dev’essere la satira impartita da chi la satira non l’ha mai praticata, l’ha letta poco e l’ha capita male, visto che non ha nemmeno imparato a ridere di se stesso, del proprio linguaggio ottocentesco, e delle proprie categorie di pensiero che tracciano un ennesimo spartiacque tra imperialismo e antimperialismo, simile a quello tracciato da altri tra “civilta’ occidentale” e “barbarie islamica”, e altrettanto ignorante dell’unica linea di demarcazione tracciata dalla libera espressione del pensiero critico: la linea del fronte che distingue tra umanita’ e disumanita’, lo spartiacque che da sempre viene marcato da tutta la produzione satirica.

    I nostri amici antimperialisti, pur se animati dalle ottime e condivisibili intenzioni di difendere i popoli oppressi dall’imperialiamo, devono fare i conti con una sgradevole verita’: la “merda esportata” di cui parlano (ovvero una cultura violenta che vuole imporre il proprio pensiero su quello altrui per condizionare la vita di tutti) non include solo il fondamentalismo religioso, ma anche il fondamentalismo politico perso nelle proprie visioni assolute, a destra come a sinistra, nell’antislamismo come nell’antimperialismo, nel grillismo come nel renzismo, nel berlusconismo come nel vendolismo.

    Ma passando al concreto, che facciamo dopo tutti questi sproloqui? Eccolo qui l’obiettivo programmatico di questa colossale supercazzola: “costruire rapporti di forza in grado di imporre il nostro terreno senza farci trascinare sui quelli viscidi altrui”. Una frase che con un minimo adattamento del gergo starebbe benissimo in bocca a Salvini, alla Meloni, a un jihadista o ad una sentinella in piedi, ciascuno coi propri nemici da combattere.

    Mi spiace, cari compagni che sbagliano, ma il vostro sogno di imporre con la forza un pensiero assoluto che si considera l’unica verita’ non rende i vostri mezzi diversi da quelli dei fondamentalisti religiosi o imperialisti, per quanto nobili possano essere i vostri fini. E vi porta ad anni luce di distanza dalla colorata complessita’ del pensiero satirico, che magari non ci spiega tutto l’universo a partire da un singolo attentato, ma almeno ci abitua ai cambi di prospettiva, esercizio che farebbe bene anche a voi per non ricondurre qualunque fatto ai vostri schemi di sempre.

(Carlo Gubitosa, scrittore e giornalist)

La libertà di ridere

    La Satira non si può rinchiudere dentro nessuna scatola, questo non perché manchino le scatole ma perché nel momento stesso in cui ci si dovesse riuscire essa cesserebbe di essere Satira, così come non si può più definire libero un uomo che si trova in catene. Era libero prima che qualcuno lo imprigionasse, era Satira prima che qualcuno le ponesse dei limiti. Trovo curioso che molti oggi, riferendosi ai sanguinosi fatti di Parigi, si interroghino su “quanto fosse necessario” produrre vignette sull’Islam.

    E si badi bene che non è la caratteristica di necessità che mi perplime ma il tentare di quantificarla.

    Se un autore di Satira dovesse chiedersi, ogni volta che scrive qualcosa, quanto questo sia “necessario” potrebbe infatti rispondersi in due sole maniere: o riterrebbe il proprio lavoro indispensabile oppure totalmente inutile.

    Personalmente faccio parte della prima categoria, non c’è miglior termometro della democrazia se non la libertà di ridere. Ma soprattutto converrete che niente possa essere “un po’ necessario”: o lo è o non lo è. Dunque che senso ha domandarsi se era proprio indispensabile pubblicare quelle vignette? Per il Charlie Hebdo lo era, dunque la scelta non può essere messa in discussione alla luce di successivo attacco terroristico. Una strage non può in nessuna maniera, in nessun tempo, in nessun luogo trovare una plausibilità. Ciò detto, trovo invece ripugnanti le varie strumentalizzazioni cui abbiamo assistito in queste ore, in cui l’Islam, tutto, è ritenuto responsabile dell’accaduto, come dire che tutti i cattolici sono come gli Ustascia croati che bruciavano vive le loro vittime nei forni, oppure sostenitori della dittaura militare argentina come il Monsignor Pio Laghi o magariamici di Pinochet come lo era Wojtyla. Chiedersi oggi quanto sia utile combattere il fanatismo religioso dovrebbe essere talmente retorico da non richiedere neanche queste poche righe. Non c’è alternativa: dobbiamo restare liberi per poter costruire una nuova società, altrimenti sarà la società a costruire noi.

(Ettore Ferrini, autore de Il Vernacoliere, Vistracaonpetto, L’Odio)

L’islamismo globalizzato, l’odio antioccidentale e il paradosso di Voltaire

    Ci siamo persi la parola “anche”. Del tutto tragicamente l’attentato di Parigi ha scatenato la già sentita guerra tra le semplificazioni degli xenofobi e i sofismi degli xenofili, tra il “questo è l’Islam, una religione di sottomissione!” e il “l’Islam non è questo, è una religione di pace!”. Un simile clima di battibecco domestico c’impedisce di riflettere su una questione d’importanza apicale, storica: sul perché e sul come l’Islam può degenerare, in certi suoi usi attuali, anche in terrorismo. Non i semplicistici “sempre” o “mai”, ma un più complesso “anche”.

    L’Islam si veste anche di violenza politica quando gli uomini lo traducono in islamismo. È islamismo, fondamentalista o radicale, il richiamarsi all’Islam per costruire un’estetica della morte che eleva lo stermino dei miscredenti non solo a possibilità ma a supremo strumento di gloria necessario per entrare in paradiso (in base a concezioni del sacro che, a seconda degli studiosi, paiono variamente in contrasto o sintonia con il Corano). Però va sottolineato che l’odierno islamismo globalizzato, oltre a poggiare su un’interpretazione arcaicizzante dell’Islam massicciamente finanziata dai grandi poteri economici del mondo arabo, è anche guidato da un filtro culturale assai più secolare: l’odio antioccidentale di matrice postcoloniale. Qui, se appare esagerata la paura generalizzata nei confronti dell’Islam intero in cui una serie di variamente ragionevoli dubbi sulla compatibilità tra la “loro” e la “nostra” visione del mondo degenerano in incubi genocidari, si deve capire che siamo di fronte a una sottovalutazione netta che riguarda invece la diffusione e il peso nel Sud del mondo e non solo del sentimento di avversione contro l’Occidente. Cerchiamo di capire che non ci sono 1,7 miliardi d’islamici che ci vogliono unanimemente sgozzare dal primo all’ultimo: quasi nessuno ci vorrebbe vedere tutti morti. Però rendiamoci conto che – “là” e “qui” – molti, troppi e sempre di più, ci detestano, ci detestano profondamente, non in base a quello che è scritto sul Corano, ma per il discorso che si è diffuso negli ultimi decenni a partire dalla narrazione postcoloniale sul male commesso dall’Occidente. E i pochi che vogliono uccidere tutti gl’infedeli sono una parte esaltata dei troppi che, imbeccati da quella narrazione, detestano tutti gli occidentali.

    In tal senso la religione funziona come un altare usato per sacralizzare, e quindi elevare alla massima potenza, un risentimento politico con cui il malcontento minuto e quotidiano per non trovare un posto nel mondo si sfoga su un capro espiatorio: l’Occidente. L’Occidente responsabile di tutte le nefandezze, razzista, sfruttatore, coloniale, imperialista, capitalista; con il suo potere che viene solo da una violenza storica; gli occidentali e il loro benessere visto come usurpazione avara imposta da una società decadente d’imbecilli viziati, senza spiritualità, senz’anima. C’è un rapporto circolare di reciproco foraggiamento e amplificazione in cui da un lato l’odio politico antimperialista trova nell’ecumenismo guerriero islamista una prospettiva tradizionale di santificazione, dall’altro l’ecumenismo guerriero islamista trova nell’odio politico antimperialista un piano contemporaneo di ragione e di legittimazione sociale. Chi ha esultato per i morti di Parigi, come chi esultò per le Twin Towers, viene da quella cultura, da un innesto tra islamismo e odio antioccidentale di derivazione postcoloniale; ed è quest’innesto che deve preoccupare, non l’Islam.

    Non a caso l’odierno islamista non si ferma al “totem” della rappresentazione manichea (ossia espressa in termini assoluti di vittima/carnefice, bene/male) del conflitto Palestina/Israele: egli non può fare a meno di collocare quest’emblema identitario primario sulla cornice fondamentale di una narrazione postcoloniale della storia globale, di un discorso dove dall’Occidente è forcluso qualsiasi aspetto positivo, in una rappresentazione che ne riduce la vicenda alla lista dei suoi crimini coloniali e bellici, non può fare a meno di salmodiare una sequela di orrori, un elenco di milioni e milioni di morti ammazzati da un lato solo. Una lista di “voi avete fatto questo e noi no” a cui viene contrapposta l’innocenza del mondo islamico, investito pertanto di una missione guida di redenzione dai mali commessi dal Nord del mondo. Quest’altra visione manichea e palingenetica diventa il pretesto per legittimare un sentimento di profondo disprezzo e quindi di pretese nei confronti della nostra società che tutto deve per ripagare l’immenso mal fatto; un sentimento che da desiderio di riscatto può farsi ardore di vendetta. In esistenze precarie profondamente segnate da un senso di offesa, se l’odio antioccidentale fornisce una spiegazione del mondo individuando un capro espiatorio, l’islamismo provvede a un orizzonte, tanto immanente quanto trascendente, di redenzione.

    Come se ne esce?

    Come uscire dalla rappresentazione demonizzante dell’Occidente che sostiene e alimenta la legittimazione politica dell’islamismo? Negando gli orrori del colonialismo? No. Di quegli orrori ce ne dobbiamo far carico pienamente e senza sconti, ma dobbiamo e possiamo evitare che schiaccino completamente la nostra coscienza: abbiamo il diritto di non farci annichilire totalmente da una responsabilità che comunque dobbiamo affrontare. Anche qui se ne esce con l’“anche”. Se ne esce rilevando che l’imperialismo non è solo un vizio dell’Occidente, ma anche di alte civiltà, compresa quella islamica, la cui storica pulsione imperialista non si è realizzata (finora) con la dirompenza che ha caratterizzato la vicenda occidentale, più per incapacità tecnica di dominio che per volontà di pacifica convivenza.

    Chi “non ha potuto” e chi “non è riuscito” non si può nobilitare con il blasone di chi “non ha voluto”. E qui dobbiamo renderci conto che quello di oggi è un imperialismo islamista che si sta manifestando globalmente con una ferocia inaudita, e che ci ricorda, qualora ce ne fosse bisogno, che non esiste solo l’imperialismo occidentale. Soprattutto se ne esce sottolineando che la storia dell’Occidente non è unicamente una storia di sfruttamento economico-coloniale, ma anche una storia di emancipazione tecnico-scientifica dei cui aspetti positivi ha beneficiato l’intero pianeta. Una storia immersa in una perenne e costitutiva dialettica tra dominio e liberazione, che non può essere ideologicamente appiattita e vilipesa in termini di mera tirannia. Così come ci dobbiamo vergognare di alcuni momenti della nostra storia, possiamo andar fieri di altri. Dobbiamo imparare a tenere insieme il dovere della penitenza con il diritto all’orgoglio.

    Se ne esce perciò notando che, a voler restar schiacciati in una certa semplificazione contabile della storia, per correttezza, alla lista delle centinaia di milioni di morti del colonialismo e delle guerre andrebbe allora aggiunta la lista dei miliardi di viventi generati dalla diffusione, tra quelle genti sfruttate, delle innovazioni igienico sanitarie, alimentari e tecnologiche occidentali. Se ne esce comprendendo che, proprio per un effetto perverso derivato da un uso malsano di questo non riconosciuto dono di vita, negli ultimi decenni le popolazioni del Sud del mondo hanno imboccato la strada di una crescita demografica catastrofica; e, proprio a partire da questo, il loro disagio sociale contemporaneo non è solo colpa dell’Occidente ma anche una responsabilità loro. In tal senso se ne esce nella consapevolezza che se il Nord del mondo è appeso a un progresso che non ce la fa più ad andare avanti e sta divorando il pianeta per gli effetti collaterali dei suoi consumi, il Sud del mondo sta divorando il pianeta a causa di una natalità apocalittica che ci ostiniamo a omettere dalle variabili che mettono a rischio la nostra specie: se ne esce comprendendo che tutti abbiamo responsabilità, seppur distanti, sulla sostenibilità del futuro dell’umanità.

    Poi, è vero, se ne esce anche smettendola con il malconcio protrarsi dell’atteggiamento imperialista che, per nostro beneficio e per nostra disgrazia, ancora seguitiamo variamente a praticare in molte parti del mondo, tra cui il Medio Oriente, alimentando i pretesti per l’odio che oggi ci invade (dove, ammettiamolo tutti, il paradosso di voler imporre dall’alto la democrazia con la forza si è rovesciato nel problema di ritrovarci infiltrati dal basso da una teocrazia pulviscolare).

    Se ne esce se la sinistra occidentale capirà che l’islamismo è più pericoloso della destra occidentale; che è il momento di finirla con le ripicche, con l’esasperazione delle colpe occidentali e la xenofilia da salotto praticata da una piccola borghesia alternativa che, mentre si sforza in ogni modo di demonizzare l’Occidente, il Cristianesimo, il capitalismo, trova ogni volta tutte le ragioni per perdonare, comprendere o giustificare più o meno direttamente gli orrori del terrorismo islamista con spiegazioni antimperialiste stimolate dalla sotterranea suggestione di una parentela anticapitalistica con l’orizzonte islamista (non a caso chi afferma “questo non è l’Islam”, fino ad arrivare a sostenere che dietro l’islamismo non ci sia nient’altro che una regia americana, si appassiona costantemente nell’esecrazione del Cristianesimo). Questo paradossale lusingare gl’intolleranti – stando accomodati sui benefici di una tolleranza di cui, mentre ci protegge, si possono vilipendere le pecche reali o immaginarie – poggia su una xenofilia generata come riflesso dell’autoflagellazione costantemente concettualizzata da molte parti dell’intellighenzia progressista. Si tratta di una più o meno consapevole degenerazione, dove la grande conquista culturale del poter criticare la società in cui si vive si perverte in odio cieco rivolto contro noi stessi. Una degenerazione che oggi vede il suo capitolo più recente e pervasivo in un’ideologizzazione della critica postcoloniale che riduce l’Occidente all’immagine di una malvagia entità null’altro che sfruttatrice, di cui salvificamente liberarsi.

    Va però ricordato che la demonizzazione dell’Occidente ha radici tanto lontane nel tempo quanto geograficamente vicine: germoglia nell’Ottocento proprio in Occidente con il pensiero antimoderno del romanticismo tedesco, per approdare in Medio Oriente nel corso del Novecento passando per la Russia e il Giappone (in un percorso dove, attraverso la similitudine dei concetti di “idolatria” e “feticismo delle merci”, si assiste a un avvicinamento tra Islam fondamentalista ed elementi di marxismo). Va inteso che c’è una continuità, un habitat culturale dove, a partire da queste origini, e attraversando una vasta nebulosa intellettuale – che passa per episodi come quello delle feroci parole di Sartre contro l’Occidente per presentarci la rabbia di Fanon, o dell’imbarazzante abbaglio di Foucault che esaltò la rivoluzione dell’ayatollah Khomeini che lo avrebbe messo a morte per la sua omosessualità – si è creato il bacino di senso comune che oggi porta molte persone a una più o meno esplicita posizione filoislamista in nome del pluralismo, del multiculturalismo, dell’integrazione, dell’antirazzismo e via dicendo; il tutto dentro esistenze che l’islamismo gli negherebbe tout court. E’ per questo che, se si seguiterà a confondere la critica sociale con l’odio antioccidentale, si finirà con il mantenere sulle nostre piazze una mandria sparpagliata di cavalli di Troia.

    Se ne esce se ci accorgiamo che se la xenofobia è un’aberrazione cognitiva che pretende di rappresentare l’Altro sempre e solo come minaccia a partire da stereotipi negativi, la sua aberrazione rovesciata è la xenofilia, che immagina illusoriamente l’Altro sempre e solo come risorsa a partire da stereotipi positivi. Se ne esce se ci rendiamo conto che dall’ignoranza non viene solo il razzismo, ma anche la xenofilia; perché lo straniero è, in quanto umano, proprio come noi: buono ma anche cattivo, a seconda delle circostanze, delle necessità, dei valori, delle convenienze, delle possibilità e delle costrizioni che lo riguardano. Se ne esce se capiamo che se il razzismo si combatte con l’antirazzismo, la xenofobia non si combatte con la xenofilia.

    Se ne esce se ci rendiamo conto che il multiculturalismo all’acqua di rose (e quindi radicale) ha fallito. Ha fallito per una questione logica, prima che politica: così come qualsiasi insieme non può includere la sua negazione, la democrazia (o ciò che ci sforziamo di chiamare con questo nome) ha bisogno di escludere dal suo dispositivo ciò che non è democrazia.

    Se ne esce se notiamo il paradosso insito in un aforisma attribuito a Voltaire ed elevato a slogan dell’Illuminismo. Quel celebre “non condivido la tua idea ma darei la vita perché tu la possa esprimere” vale fino a un certo punto, prima di rivelarsi una nociva sciocchezza: vale finché l’idea dell’Altro non diventa “o condividi la mia idea che non si possono condividere altre idee oltre la mia, o ti ammazzo”. Se la tolleranza dell’illuminismo taroccato dai buonisti si barda dell’ingenuità dell’essere incondizionata e arriva a farne una virtù, la tolleranza dell’illuminismo dei filosofi sa che le buone maniere si fermano al confine con gl’intolleranti (un confine problematico, scivoloso, sfocato e disseminato di specchi, ma pur sempre un confine).

    In questa tempesta di fanatismo assistiamo sotto shock a un crescendo di orrori sempre più indicibili, dove in Africa in nome della religione si è giunti a imbottire delle bambine di esplosivo. Le premesse culturali per uscire da quest’incubo si porranno solo se tutto il mondo, a partire da quello dell’Islam, si renderà pienamente conto ­– senza se e senza ma – che, dal momento in cui eleva la morte a principio palingenetico, l’islamismo è come il nazismo: un male assoluto.

Antonello Ciccozzi, antropologo. Il suo contributo è già stato pubblicato, diviso in due parti, anche sul suo blog per Il Fatto Quotidiano. Prima parteSeconda parte)

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