Elezioni Grecia 2015: Tsipras sfida la Troika

Syriza sogna la vittoria alle elezioni e la realizzazione di un ambizioso programma di riforme. Intanto i “poteri forti” sarebbero già al lavoro per trovare una mediazione

Dopo la mancata elezione del Presidente della Repubblica, è stata fissata la data delle elezioni politiche in Grecia, il prossimo 25 gennaio.

I sondaggi danno in testa Syriza, guidata da Alexis Tsipras, con il 28,6% dei consensi. Tuttavia è difficile fare un pronostico su quale sarà lo scenario che si andrà delineando dopo il voto, perché se è vero che il partito di sinistra anti-austerity ha dimostrato di saper attirare un gran numero di simpatizzanti tra i ceti popolari e gli studenti, rimane il fatto che una sua probabile vittoria alle urne potrebbe comunque non consentirgli di avere i numeri per governare. Tutto si giocherà sul sistema di alleanze che sarà in grado di mettere in piedi a livello nazionale.

Ma qual è lo scenario economico in cui si svolgeranno le prossime elezioni? E quali sono le sfide che Alexis Tsipras ha davanti a sé in caso di vittoria?

Il topolino ellenico spaventa l’elefante europeo

A temere di più un’affermazione di Tsipras sono ovviamente i creditori internazionali, gli stessi che stanno “strozzando la Grecia”: basti guardare l’andamento della borsa. Eppure, verrebbe da chiedersi, perché un cambio di governo in un paese con appena il 2,5% del Pil europeo fa così tanta paura?

La motivazione, infondo, è più semplice di quello che vogliono far credere molti analisti economici. Il debito pubblico greco ha raggiunto il 175% del Pil. Tale cifra, espunta dal suo contesto, non è così esorbitante: ci sono paesi extra-europei che hanno un debito più elevato. Il problema, però, è che Atene non ha più di fatto una sua Banca centrale: la Grecia deve affidarsi completamente alla Bce e il suo debito non è propriamente nazionale, ma sparso in tutta l’Unione Europea.

Il Pil della Grecia è cresciuto, anzi no

I mercati, dunque, rispetto ad una tale situazione temono molto una ristrutturazione del debito e “suggeriscono” nuovi sacrifici per uscire dall’impasse. Ma questa ipotesi è credibile con il paese in deflazione? Secondo l’ottima analisi di Giacomo Giglio, pubblicata su Rivista Affari Europei, la risposta a questo quesito è decisamente negativa:

“Ridurre lo stock di debito pubblico in una situazione di deflazione dell’1% è praticamente impossibile: in deflazione il Pil nominale cala o cresce molto meno di quanto potrebbe, perché i prezzi dei beni, e con essi i salari dei lavoratori, sono fermi e questo abbatte profitti, rendite e gettito fiscale. L’unica variabile crescente sono gli interessi sul debito pubblico venduto agli investitori nazionali e stranieri, che sono decisamente rapaci (un decennale greco rende il 6 o 7% in media, non male in una situazione di tassi zero)”

Eppure, si potrebbe obiettare, che un decremento dei prezzi c’è stato e anche un aumento del Pil reale. Questa circostanza, per la Troika (Fmi, Bce, Ue) e il governo Samaras rappresenta l’inevitabile fine della recessione, ma molti economisti sono di tutt’altro avviso. Tra questi c’è anche Yanis Varoufakis, vicino al partito di Syriza, che in un’intervista a Eunews, ha spiegato che:

“Nello stesso periodo in cui il Pil reale è cresciuto dello 0.7%, i prezzi sono caduti in media dell’1.9%. Per chi non lo sapesse, il Pil reale equivale al Pil nominale (ossia calcolato in euro) diviso per l’indice dei prezzi (il cosiddetto deflatore del Pil). Considerando che questo indice è sceso dell’1.9%, e che il Pil reale è aumentato solo dello 0.7%, questo vuol dire che il Pil misurato in termini nominali, ossia in euro, è sceso! Dunque la crescita del Pil reale non dipende dal fatto che il reddito nazionale, in euro, è cresciuto; dipende dal fatto che esso è caduto più lentamente dei prezzi. E ora l’establishment politico, sia europeo che nazionale, vorrebbe vendere ai greci questo piccolo trucco contabile come la fine della recessione. Ma non funzionerà”

La Cancelliera e il Piantagrane

In caso di vittoria, Syriza ha detto chiaramente quale sarà la sua strategia (già in parte elaborata nel programma delle europee). In sostanza, la proposta è quella di: “cancellare la maggior parte del valore nominale del debito pubblico in modo che diventi sostenibile nel contesto di una Conferenza europea del debito (come è stato concesso alla Germania nel 1953)“. Tale progetto è tenacemente rigettato da Angela Merkel, che a suo tempo definì Tsipras “un piantagrane“, e da tutti gli ambienti conservatori della Ue. Si dimostra, però, in linea con le ricette di autorevoli economisti come Krugman e dell’editorialista del Financial Times Münchau.

A pagare la parte della cancellazione del debito, richiesto da Tsipras, dovrebbero essere i creditori internazionali. E il debito ellenico, secondo quanto calcolato da Il Sole 24 ore, è in mano ad istituzioni pubbliche per circa l’80%: il 60% è detenuto dal Fondo salva-stati della Ue, il 12% dal Fondo monetario internazionale, l’8% dalla Bce.

Se la Grecia esce dall’Euro…

Se la Grecia, non ascoltata nelle sue richieste, dovesse uscire dalla moneta unica in tre anni, allora certamente un piccolo terremoto in area euro potrebbe avvenire. La scelta di Atene, infatti, potrebbe innescare una reazione a catena. E una possibile “fine” dell’euro, se mal gestita, non si tradurrebbe per i paesi più deboli tanto in “fughe di capitali”, che la Ue già ora non riesce a contrastare, ma in una caduta verticale dei salari, in una ulteriore liberalizzazione del marcato del lavoro, in acquisizioni estere di capitali nazionali.

Per questo motivo, a Syriza non basterà minacciare un aut-aut, ma dovrà mettere in piedi un solido sistema di alleanze internazionali: non potrà di certo sostenere il peso della sua battaglia da sola. Inoltre, bisogna tener presente che potrebbero scoppiare le due bolle economiche gonfiate dalla Troika negli ultimi anni: quella dei titoli sovrani e quella dei titoli di borsa. Ma questo, prima o poi, appare comunque inevitabile.

Chi sono gli alleati di Syriza in Europa?

Ma con chi potrebbe fare fronte comune Syriza? E’ pensabile che Renzi ed Hollande, così proni alle politiche neo-libersite, accettino di allearsi con Tsipras? A nostro avviso, ciò è improbabile. Il nostro Presidente del Consiglio, non solo fa finta che l’Italia non sia in deflazione, ma molto difficilmente accetterebbe, insieme al suo omologo francese, una politica di ristrutturazione del debito (non di dilazione!) e il New Deal Europeo di matrice keynesiana, proposto da Syriza.

Allora sarà molto importante aspettare le elezioni spagnole dell’autunno del 2015. Podemos, che è in testa nei sondaggi e che ha un programma molto simile a quello di Syriza, è un interlocutore naturale. Inoltre, il partito di sinistra ellenico, una volta vinte le elezioni, sarebbe intenzionato a convocare il Forum Sociale Europeo ad Atene: occasione nella quale potrebbero trovare nuova linfa tutti i soggetti di sinistra anti-austerity del continente, dal Portogallo alla Francia, fino all’Irlanda.

Le manovre “segrete” di Bruxelles e le promesse di Syriza

Che la Grecia possa creare dei “gravi” problemi a Bruxelles e Francoforte ormai è chiaro. Se è vero che Syriza ha promesso che non procederà unilateralmente sull’euro, tuttavia i “poteri forti” sembrano già al lavoro per trovare delle mediazioni. Secondo un articolo de la Stampa, il tedesco Jörg Asmussen, ex membro del comitato esecutivo della Bce e consigliere del governo di Berlino e viceministro delle Finanze, starebbe già incontrando i vertici del partito Syriza.

Anche Mario Draghi, secondo alcune fonti, starebbe provando a portare Tsipras su posizioni meno intransigenti. Per parte nostra, non sappiamo se tali rumors abbiano un fondo di verità o se siano da considerarsi già come parte di quelle tantissime indiscrezioni che ineluttabilmente si susseguiranno durante la campagna elettorale.

Quello che è certo è che se Syriza vincesse le elezioni e si rimangiasse le promesse sulla ristrutturazione del debito e sul salario minimo, la fortuna del partito di sinistra si esaurirebbe in pochi mesi, provocando una nuova pericolosa ondata di instabilità nel paese.

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