Renzi, per il Colle serve “tutto” il Pd. Come ricucire gli strappi con la minoranza?

Renzi, per il Colle serve “tutto” il Pd. Come ricucire gli strappi con la minoranza?

La prova-spartiacque per Matteo Renzi è quella dell’elezione del nuovo capo dello Stato: un passaggio decisivo in cui il premier si gioca, oltre alla poltrona di Palazzo Chigi, anche il suo futuro politico.

Ospite l’altra sera da Fabio Fazio a Che tempo che fa, il premier ha tracciato l’identikit del candidato ricordando che nessuno è in condizioni di porre veti: “Non so quello che avverrà, ma deve essere un processo sereno, tranquillo, semplice, chiaro. Il Presidente della Repubblica è un garante, deve essere una persona di grande saggezza e equilibrio, eletto da una alleanza ampia, dovrebbe votarlo dai grillini a Fi a Sel, ma nessuno, nemmeno il Pd, ha diritto di veto”.

Ecco, una volta stabiliti i criteri e il profilo del sostituto di Napolitano Renzi si trova a dover sciogliere il primo nodo, quello del Pd. Se il premier-segretario convince tutti i suoi su un candidato condiviso, può avvenire anche il “miracolo” dell’elezione lampo. Va con sé che per raggiungere la compattezza dei parlamentari Pd Renzi, per la prima volta, non può pensare a un renziano di stretta osservanza e non può rimanere negli angusti confini del Patto del Nazareno, considerato una “trappola” indecente dai bersaniani e dagli altri oppositori interni.

Non è, ovvio, solo una questione politica perché tutti i parlamentari non allineati con il segretario sanno che non verranno rieletti il prossimo giro, di fatto rimarranno disoccupati di lusso. Quindi sul piatto verrà posto il “do ut des”, io do a te il voto e tu cosa mi garantisci? Lo spettro del recente passato torna prepotentemente quando due anni fa i franchi tiratori pidì bocciarono clamorosamente le candidature al Quirinale prima di Franco Marini e poi di Romano Prodi provocando poi le dimissioni dell’allora leader del Pd Bersani.

Nella tagliola dei “veti incrociati” Renzi potrebbe alla fine essere costretto ad accettare al Colle un presidente non Pd. E’ già accaduto che il partito di maggioranza abbia “offerto” (costretta dai giochi politici delle alleanze di governo) i propri voti per un capo dello Stato di un’altra forza politica, minoritaria: fu così quando la DC permise le elezioni di Einaudi, di Saragat, di Pertini. In questo caso gli oppositori interni di Renzi, strumentalizzando la lesa maestà calpestata, torneranno alle minacce.

Appunto. Renzi sa bene che entra in un campo minato e mette le mani avanti perché se è vero che il Pd ha i numeri per fare quasi da solo puntando a quota 504, è altrettanto vero che quei numeri possono perdersi per strada mandando tutto a carte quarantotto, premier e governo compreso.

Scrive Marco Iasevoli su Avvenire: “Il primo giro d’orizzonte è stato completato da Luca Lotti, e parla chiaro: dal punto di vista dei numeri, nella partita del Colle Matteo Renzi deve ricompattare il Pd. Una scelta che vuol dire mettere nello zaino 416 voti, cui aggiungere almeno 20 fedelissimi rappresentanti regionali (su 58 totali). In totale fa 436, meno di 70 voti dal quorum dei 504 necessario dalla quarta votazione in poi. Non c’è alcuna altra strategia che avvicini così tanto all’obiettivo di eleggere senza convulsioni il nuovo capo dello Stato. È lì, nel Pd, che vanno scelti il «profilo» (un politico? un tecnico? una via di mezzo? società civile?) e i diversi piani operativi (da chi inizia il dialogo?). Con un Pd coeso, Renzi può concedersi il lusso di accendere anche uno solo dei tre forni che il Parlamento ha a disposizione: Forza Italia, Ncd-Udc, M5S”.

Già, ma guai dire gatto finchè non ce l’hai nel sacco. E con questo Pd, tutto può accadere, come ammonisce il sempre lucidissimo e bene informato ex Pci amico di Napolitano Emanuele Macaluso: “Temo elezione più caotica di sempre”.