Celtic League – Aironi e Treviso, un mercato senza programma grazie alla Fir

Perché l’Italia è entrata in Celtic League? Questa domanda si ripropone di tanto in tanto, con svariate risposte, ma che, sicuro di non venir smentito, ha almeno qualche punto fermo: a. far crescere i giocatori italiani in prospettiva, evitando che essi emigrino all’estero; b. avere un torneo di livello internazionale che attiri l’attenzione mediatica fuori

Perché l’Italia è entrata in Celtic League? Questa domanda si ripropone di tanto in tanto, con svariate risposte, ma che, sicuro di non venir smentito, ha almeno qualche punto fermo: a. far crescere i giocatori italiani in prospettiva, evitando che essi emigrino all’estero; b. avere un torneo di livello internazionale che attiri l’attenzione mediatica fuori dalle solite finestre internazionali; c. permettere alle franchigie di essere competitive e credibili a livello europeo. Il primo anno è stato un flop, il secondo rischia di esserlo. La colpa? Leggete qui sotto…

Le lungaggini nella decisione di far entrare o meno le due squadre italiane nella lega celtica obbligarono l’anno scorso Treviso e, soprattutto, Aironi ad attendere quasi la primavera prima di muoversi sul mercato e a programmare l’attuale stagione. Il risultato fu un mercato in ribasso, il ritorno in Italia di alcuni elementi a fine carriera, una scelta degli stranieri non certo di livello mondiale e un’intera programmazione della stagione 2010/2011 fatta in fretta e furia. Consci di ciò, i dirigenti di Treviso e Aironi, in particolar modo Vittorio Munari e Franco Tonni, speravano di poter lavorare più ad ampio respiro nel futuro, sfruttando gli insegnamenti dell’esordio per creare quel know how da mettere in campo dall’anno prossimo.
Speranze che sembrano vane dalle voci che giungono dal veneto e dalla lombardia. Perché in casa Treviso e in casa Aironi si sta alzando una voce di malcontento che, guarda caso, è rivolta a Roma e alla Fir. Di cosa stiamo parlando? Del mercato degli stranieri. La Fir, infatti, deve mettere nero su bianco le regole per l’utilizzo degli stranieri nelle franchigie. Un vademecum cui Munari e Tonni dovranno prestare attenzione quando si muoveranno sul mercato. Regole, appunto, non ancora scritte. Mentre in Irlanda, Galles e Scozia il rugbymercato sta già entrando nel vivo, mentre si legge di acquisti e cessioni, in Italia tutto tace. Non per incapacità di programmare delle due squadre, ma per l’impossibilità di muoversi senza sapere come ci si potrà muovere. E la Federazione Italiana sembra intenzionata a non far sapere nulla fin dopo il Sei Nazioni. Cioé altri due mesi buttati via per l’immobilismo di Carlo Checchinato e Giancarlo Dondi, altri due mesi che vedranno possibili acquisti di valore sfumare.
Si è ripetuto più volte che se si deve acquistare uno straniero questo deve essere di assoluto valore e fare la differenza. Ho più volte contestato a Viadana prima e agli Aironi poi le scelte rivelatesi sbagliate sul mercato estero. Ma questa volta se gli acquisti saranno mediocri sarà difficile dare la colpa al Tonni di turno. Se si vuole far crescere i giovani italiani si devono avere campioni veri da affiancare loro. Se si vuole visibilità mediatica serve il nome di grido da “offrire in pasto” alla stampa e una squadra vincente da “vendere” al pubblico. Se si vuole credibilità e competitività bisogna poter lavorare come e meglio degli altri e non partire con l’handicap.
Programmare, lavorare in prospettiva, porsi degli obiettivi da raggiungere e avere i mezzi e il know how per farlo. Tutte cose che in questi anni la Fir ha dimostrato di non avere. Tutte cose che la Fir sta negando a Treviso e Aironi.