Matteo Renzi al Foglio: “Il politico dell’anno? Giorgio Napolitano”

Il premier loda l’operato del Quirinale e propone la sua ricetta per la futura elezione: assemblea permanente e nome condiviso

In una lunga conversazione con Claudio Cerasa pubblicata sul quotidiano Il Foglio in edicola oggi, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi sciorina il suo “manifesto 2015”, toccando molti temi e anticipando molte questioni che il governo affronterà nel prossimo anno solare.

Dal toto-Quirinale al il bipartitismo passando per gli avversari politici Matteo Salvini e Beppe Grillo ed arrivando in europa, ai rapporti con la Germania di Angela Merkel e con l’Ue, la crisi libica e il raffreddamento dei rapporti con la Russia fino al “politico dell’anno”, quel Giorgio Napolitano che ha dato ben più di un assist per Palazzo Chigi all’ex sindaco di Firenze.

Nell’intervista al Foglio Renzi fa il conducator, l’uomo forte del riformismo italiano che prova, anzi riesce, a fare ciò che tutti gli altri non sono stati in grado nemmeno di pensare: mentre l’Aula del Senato ribolle le rotative mettono alle stampa un’intervista basata su ottimismo e sull’immancabile “annuncite”, al netto chiaramente di quanto già “portato a casa” dal governo rottamatore.

Le priorità Renzi le detta in maniera chiara: prima riforma costituzionale e riforma del Senato e poi, ma solo poi, si entrerà nel merito della questione Quirinale, che già appassiona giornali, analisti e qualche politico di vecchia data; insomma, prima le riforme (non si sa con quali tempi, visto che il Parlamento è in vacanza da oggi al 7 gennaio e che Napolitano ha fatto sapere che rassegnerà le dimissioni presumibilmente entro il primo mese del 2015).

Ma di questo ci si preoccuperà con l’anno nuovo; la ricetta renziana per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, almeno per come la propone il premier, non è esattamente un colpo di genio (nel senso che di nuovo non c’è nulla): nessun nome indicato dall’alto ma un’assemblea permanente dalla quale uscirà un profilo da proporre poi a tutte le altre forze politiche.

Insomma, la partita Quirinale la vuole giocare, legittimamente, il Pd: in effetti gli unici a poter proporre un’alternativa sono gli spaesati esponenti di Forza Italia, anche se c’è da scommettere che il M5s battaglierà duramente sul futuro Presidente della Repubblica. Il tutto, chiaramente, al netto della stima per Napolitano:

“Se non ci fosse stato lui, nulla di quello che abbiamo fatto in questi mesi sarebbe stato possibile. […] il giorno dopo le dimissioni il Pd convocherà i gruppi parlamentari, la direzione, i delegati regionali e apriremo un’assemblea permanente. Nessuno potrà dire: non ho avuto un luogo dove discutere. Una volta elaborato un profilo lo proporremo ai nostri alleati, poi a tutti gli altri partiti: dal Movimento 5 stelle a Sel passando ovviamente anche per la Lega. Per trovare il candidato giusto non penso sia uno scandalo aspettare qualche votazione””

dice Renzi a Cerasa, che si dice certo di poter portare a compimento, prima del nuovo Presidente della Repubblica, le riforme del Senato e costituzionale in seconda lettura. Il Presidente del Consiglio annuncia anche un Cdm straordinario, previsto per la vigilia di Natale: vedrà la luce, in quella data, il decreto Ilva e i primi decreti su fisco e lavoro, materia delicatissima e forse proprio per questo posticipata alla vigilia di Natale, quando le polemiche sono sopite dai cenoni.

Sul rapporto deficit-Pil e la sua proposta in sede europea di sforamento del tetto del 3% Renzi ha spiegato:

“Io oggi da presidente del Consiglio devo impegnarmi per rispettare le regole. Ma questo non mi vieta di spiegare anche che i parametri di Maastricht sono anacronistici. Nel 2015 vedrete che questo sarà un punto centrale della nostra azione di governo, anche in Europa.”

Sulla politica estera, che la compagine rottamatrice in Europa ha tentato fortemente di orientare verso gli interessi italiani (su questo non c’è dubbio alcuno, i dubbi sorgono sull’efficacia di tali tentativi), Renzi ha posto due priorità assolute da affrontare: Russia e Libia. Sulla prima Renzi parla di ruolo strategico e di una necessità di mediazione tra Ue e Mosca, mentre sulla Libia la posizione del governo italiano si mostra più cauta: il classico “faremo tutto ciò che è necessario”, che fa il paio con le dichiarazioni “bellicose” del ministro degli Esteri Gentiloni di pochi giorni fa, in realtà offrono ampio spazio di interpretazione e poca chiarezza sugli obiettivi e le misure che il governo intende adottare nel caos libico.

Renzi poi si prodiga in attestati “di stima” nei confronti degli avversari politici, in particolare Beppe Grillo e Matteo Salvini: il comico genovese, dice il premier, potrà finalmente tornare a calcare le scene, lasciando intendere che questa non sia che una liberazione per la politica italiana. Su Salvini invece, il premier ci va più cauto:

“Salvini una minaccia? Per me va benissimo che sia percepito come il mio avversario. Lui scommette sul fallimento del sistema, io scommetto sul cambiamento del sistema. […] Lui sono 15 anni che lavora in Europa, senza che nessuno si sia mai accorto della sua presenza nelle istituzioni, e anzi mi sembra un po’ ingrato che oggi si scagli in modo così veemente contro le stesse strutture che gli hanno messo per molto tempo un ottimo stipendio a disposizione, io l’Europa provo a cambiarla. Salvini mi fa ogni giorno un regalo, ringrazio anche lui”

parole più aspre, che mostrano come le preoccupazioni elettorali del centrosinistra guardino sopratutto proprio a Matteo Salvini, che si dimostra sempre più il nuovo “grande accentratore” del centrodestra. Berlusconi permettendo.