Renzi, “finanziaria” solo con il voto fiducia Quasi caos, dura minga!

Quasi sul far dell’aurora il Senato vota il maxiemendamento alla cosiddetta legge di stabilità sulla quale il governo, vista la malaparata, aveva posto la ghigliottina della questione di fiducia.

162 voti a favore, 37 contrari, nessun astenuto: si chiude così, con le opposizioni infuriate, tra onorevoli addormentati, polemiche e insulti, gruppi fuori dall’aula e accuse di “porcata”, la maratona a Palazzo Madama da cui il governo esce malconcio sul piano dell’immagine e sul piano politico.

Già, un’altra “fiducia”, con il premier costretto a cancellare di suo pugno le “marchette” firmate Pd-Ncd e affini e costretto a una amara considerazione: “Così non duriamo un anno”.

Non è facile, oltre la (ovvia?) constatazione del caos da bettola in aula e zone limitrofe, vedere in questa “finanziaria” il bicchiere mezzo pieno. Se si esclude qualche taglio alle partecipate (niente rispetto alle attese e sbandierate mazzate annunciate dal governo nei mesi scorsi) dove sono gli atti “rivoluzionari” che dimostrano che l’Italia “cambia verso”?

Cosa sono le ripetute limature al maxiemendamento se non la spartizione delle “marchette” del Pd e della maggioranza a favore di lobbies, caste, amici e amici degli amici? O, visto da un’altra angolazione, trattasi quanto meno di un film già visto ultimamente, con un governo in affanno, dilettanti allo sbaraglio. Un fatto pare oramai certo: con questa finanziaria i soliti noti godranno ancora mentre a pagare il conto saranno gli altrettanto soliti noti, quelli che già pagavano per tutti. Fatto sta che non è questa la strada per dare la svolta, questa legge di stabilità non è adeguata a fermare la crisi e dar fiato alla ripresa effettiva e rapida di cui l’Italia ha bisogno.

Dice il professore Luigi Campiglio della Cattolica di Milano: “ Questa Legge di stabilità non va, dobbiamo favorire prontamente investimenti, a partire da quelli pubblici, in modo tale che mettano a loro volta in movimento quelli privati. Per fare questo è inevitabile che nel breve periodo la soglia del 3% del disavanzo pubblico possa essere sforata per finanziare questi investimenti”.

Ma se l’Europa ci pone il disco rosso? “C’è in corsa una trattativa che spero vada a buon fine – spiega Campiglio – perché si deve passare da una ossessiva focalizzazione sul cosiddetto “output gap”, quindi dal saldo di bilancio costi quel che costi, a una politica che spinga l’acceleratore su investimenti e occupazione. Dobbiamo investire su scuola, cultura e giovani, ambiente. Occorre muoversi subito altrimenti ci troveremo con un’Europa divisa in due, da un lato quella dei Paesi vincenti e dall’altra quella dei Paesi perdenti”.

Già. Non è difficile capire dove sarà collocata l’Italia. Aspettando Godot? Il seguito alla prossima puntata.