Legge sull’incandidabilità dei condannati: chi rischia di rimanere fuori dal Parlamento?

Liste pulite: la legge avrà effetto solo su 4 parlamentari

di guido

Il governo ne è convinto: il decreto legislativo sull’incandidabilità dei condannati può essere approvato entro questa settimana, poi il Parlamento ha 60 giorni di tempo per renderlo effettivo, in tempo per le elezioni regionali di gennaio febbraio e poi per le politiche di aprile. Il problema è che i tecnici sono ancora divisi su come concepire il decreto: possono essere incandidabili solo i condannati in via definitiva o anche quelli in primo grado? E per il patteggiamento come si fa? Il rischio a questo punto è che si arrivi a un compromesso al ribasso, che stabilisca linee guida ma che alla fine permetta la ricandidatura di tutti (o quasi) i parlamentari che adesso hanno problemi con la giustizia. Uno specchietto per le allodole, insomma.

Attualmente sono 100 i parlamentari condannati o con dei procedimenti in corso. Il governo ha stabilito delle linee guida: si diviene incandidabili se si ha una condanna in via definitiva, per pene superiori ai due anni per reati contro la pubblica amministrazione o per altri reati in cui la pensa detentiva sia superiore a tre anni, e l’incandidabilità durerà il doppio della pena. Secondo questi criteri, dei 100 parlamentari di cui si diceva, solo in 4 si vedrebbero negata la possibilità di ricandidarsi. Sono tutti del Pdl:
Giuseppe Ciarrapico (senatore, condannato tra le altre cose per truffa aggravata e continuata ai danni di INPS e INAIL, falso in bilancio, truffa, diffamazione e altre belle cose);
Marcello De Angelis (deputato e direttore del Secolo d’Italia, condannato per banda armata e associazione eversiva);
Salvatore Sciascia (senatore, corruzione alla Guardia di Finanza);
Antonio Tomassini (senatore, condannato per falso in certificazione medica).

Adoperarsi per una legge che, in fin dei conti, impedirà la rielezione solo di 4 parlamentari su 100 sembra il proverbiale topolino partorito dalla montagna. Eppure secondo Niccolo Ghedini la legge, così come è concepita, sarebbe troppo restrittiva e a rischio incostituzionalità, sia per quanto riguarda la possibilità che una vecchia sentenza possa sviluppare conseguenze negative per il futuro, sia per la questione del patteggiamento, che viene equiparato a una condanna nonostante sia un accordo tra le parti. Dal canto suo Giulia Bongiorno, presidente della Commissione Giustizia della Camera, fa notare che la soglia di tre anni terrebbe fuori dal conto reati come la truffa, la corruzione tra privati e la frode fiscale, mentre Gerardo D’Ambrosio (PD) sostiene che escludere anche i condannati in primo grado sarebbe perfettamente lecito.

Su quest’ultimo punto però la partita sembra chiusa, il governo non ha ottenuto la delega, ed era prevedibile: per quale motivo i 100 parlamentari condannati dovrebbero votare a favore della legge che impedirebbe loro di ricandidarsi? Per non parlare di quelli che condannati non sono ancora ma potrebbero esserlo.

Ma chi sono i pluricondannati che, nonostante il dl, potranno tranquillamente ricandidarsi? Ecco i cinque “campioni”:

Domenico Scilipoti (Popolo e Territorio): condannato in via definitiva per calunnia e produzione di documenti falsi in merito ai debiti contratti.

Alfredo Vito (Pdl): condannato con patteggiamento a 2 anni per tangenti, indagato per concorso esterno in associazione a delinquere di tipo mafioso.

Marcello Dell’Utri (Pdl): condannato per false fatture e frode fiscale, condannato in appello per tentata estorsione mafiosa, condannato in secondo grado a 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa ma annullata con rinvio dalla Cassazione.

Luigi Lusi (PD): indagato per appropriazione indebita e calunnia, è attualmente in carcerazione preventiva ma resta senatore.

Silvio Berlusconi (Pdl): 2 amnistie, 2 processi in corso, 5 prescrizioni, condannato in primo grado a 4 anni per frode fiscale e interdetto dai pubblici uffici per 3 anni.

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