La tortura, una pratica italiana

Dalla CIA che ammette con un dossier all’Italia condannata. Ma quando si parla di tortura nel nostro paese c’è sempre quell’atteggiamento di stupore. Eppure, gli esempi non mancano.

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Lo scorso agosto, Barack Obama aveva ammesso che gli USA avevano torturato dopo l’11 settembre. A dicembre 2014 è stato diffuso il rapporto del Senato USA sulle pratiche illecite di interrogatori con tortura da parte della CIA.

Le dichiarazioni di Obama prima e il documento poi, hanno suscitato grande scalpore in tutto il mondo, anche se si tratta di una questione risaputa, arcinota: è un po’ come l’inchiesta di Report che parla dei piumini fatti con le piume d’oca, con violenza sugli animali.

Il consumatore davvero pensava che glie le togliessero una a una o che fossero oche non viventi? Se è così, è segno che il marketing funziona eccome. Idem come sopra per le torture USA: davvero, le “persone comuni” sono convinte che si tratti di una cosa che si vede solo nei film e nelle serie tv?

Fatto sta che negli States, al solito, c’è stata la protesta, che ha raggiunto anche personalità importanti. Che hanno indossato, per esempio, la t-shirt con lo slogan “I can’t breathe”.

Non riesco a respirare. Soffoco. È quello che si prova quando ti praticano il waterboarding

Qualche giorno fa, il 9 aprile 2015, è arrivata la condanna della Corte europea per i fatti della Diaz a Genova nel 2001: fu tortura, e l’Europa lo sancisce quattordici anni dopo.

E si ritorna a parlare, in alcuni casi a sproloquiare con dichiarazioni del tutto prive di contesto, del reato di tortura, assente nella nostra legislazione.

Tutte le volte che si parla di questi temi, la reazione dell’Italietta è scomposta, di quelli che cadono dal pero: italiani brava gente, vittime ad ogni costo.

Il fatto è che anche l’Italia, di tortura, se ne intende. Il caso Triaca ne è una dimostrazione. Nel silenzio generale, il tribunale di Perugia, un anno fa, ha annullato una sentenza di condanna per calunnia nei confronti di Enrico Triaca, ex militante delle Br. Triaca aveva dichiarato di essere stato sottoposto a waterboarding e torture, e aveva ritrattato confessioni che, diceva, gli erano state estorte.

waterboarding in italia

Ebbene, il tribunale di Perugia gli ha dato ragione. In Italia si praticava il waterboarding. Regolarmente. Triaca lo ha raccontato persino a Chi l’ha visto, quel che ha subito.

Andando a ripescare nella memoria e negli archivi, ecco che spunta questo pezzo di Repubblica del 2013. Si parla di un fatto del 1983. Oscar Fioriolli, classe 1947, trentino di Riva del Garda, poliziotto formato nei reparti Celere, è nelle squadre speciali dell’ Antiterrorismo. Le Br-Pcc hanno sequestrato il generale americano James Lee Dozier, vicecomandante delle Forze terrestri alleate per il sud Europa. E il Viminale ha deciso che nella caccia all’ ostaggio sia arrivato il momento di mettere in un canto la Costituzione. Salvatore Genova, in quei giorni funzionario della Digos di Verona, è testimone dell’interrogatorio di Elisabetta Arcangeli, arrestata come sospetta fiancheggiatrice delle Br e ritenuta possibile chiave per arrivare al covo in cui è prigioniero l’alto ufficiale. Racconta Salvatore Genova nell’aprile dello scorso anno all’ Espresso: «Separati da un muro, perché potessero sentirsi ma non vedersi, ci sono Volinia (il compagno della Arcangeli ndr) e la Arcangeli. Li sta interrogando Fioriolli. Il nostro capo, Improta, segue tutto da vicino. La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco, alle gambe. Ha paura per sé ma soprattutto per la sua compagna (…) Carico insieme a loro Volinia su una macchina, lo portiamo alla villetta per il trattamento. Lo denudiamo, legato al tavolaccio subisce l’ acqua e sale».

Terrificante, vero? E pensate: le sevizie ai brigatisti vennero denunciate da un giornalista de L’Espresso, trent’anni fa (come ricorda il blog Insorgenze), e da un suo collega di Repubblica: erano Pier Vittorio Buffa e Luca Villoresi.
Buffa, in quest’intervista, ricorda quel’episodio e la sua inchiesta.

Continuiamo a viaggiare nel tempo per i fatti dell’Italietta nostra. E torniamo a Genova. Perché ora si parla della Diaz, ma ci si dimentica di Bolzaneto. Ci si dimentica in fretta di tutto, nel nostro paesello. Eppure era il 14 giugno 2013, non un’era geologica fa, quando la Corte di Cassazione ammetteva in maniera definitiva che a Bolzaneto furono commesse gravi violazioni dei diritti umani, con oltre 200 persone costrette, nel carcere provvisorio di Bolzaneto,

«a rimanere per ore in posizioni dolorose, picchiate, minacciate di subire violenze e stupri e sottoposte a perquisizioni corporali eseguite in modo volutamente degradante e a ulteriori umiliazioni.

La Corte ha ribadito in modo definitivo che a Bolzaneto furono commesse gravi violazioni dei diritti umani. Il verdetto odierno conferma le responsabilità della maggior parte degli imputati, ma la prescrizione comporta la sostanziale impunità per molti di loro».

(il passo è tratto da Amnesty).

È chiaro che, se da un lato l’istituzione del reato di tortura sia un passo fondamentale, auspicabile, imprescindibile, dall’altro questa storia fammentaria, riproposta qui per sommi capi, racconta la tortura di stato.

Uno stato che, troppo spesso, si autoassolve e rinnova la propria fiducia in se stesso, negli uomini che lo rappresentano e che torturano, in un circolo vizioso senza fine. Insieme all’introduzione del reato di tortura, serve un’operazione culturale. Sarebbe ora che il cittadino smettesse di meravigliarsi e recuperasse la propria memoria, sarebbe ora che i giornalisti mostrassero nuovamente il coraggio dei Buffa e dei Villoresi. Sarebbe ora che i moti di indignazione popolare non durassero il tempo di una manifestazione (o, più realisticamente oggi, di un click) e che avessero un seguito preciso nell’azione civile.

Solo in questo modo, il reato di tortura non rimarrebbe lettera morta e lo stato sarebbe chiamato, lentamente ma sistematicamente, alle proprie responsabilità, a smettere di autoassolversi.

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