L’angolino della procedura: le indagini preliminari

Nell’appuntamento odierno parliamo delle indagini preliminari, ovvero della fase processuale che precede l’udienza preliminare ed il giudizio vero e proprio, e che si pone come momento iniziale del procedimento penale. Partendo dal presupposto che il procedimento per “appurare la verità” si divide, come abbiamo già visto, in tre grandi fasi che sono le indagini preliminari,

di jacopo

Nell’appuntamento odierno parliamo delle indagini preliminari, ovvero della fase processuale che precede l’udienza preliminare ed il giudizio vero e proprio, e che si pone come momento iniziale del procedimento penale. Partendo dal presupposto che il procedimento per “appurare la verità” si divide, come abbiamo già visto, in tre grandi fasi che sono le indagini preliminari, l’udienza preliminare e il giudizio (o dibattimento), si vede come l’atività delle indagini preliminari sia prodromica e propedeutica per l’instaurazione di un giudizio di colpevolezza ed eventualmente per l’irrogazione di una pena.

Che succede quindi in questa fase? Vediamo come le indagini preliminari incomincino con l’iscrizione nel registro degli indagati di un nome, registro che tecnicamente è denominato registro delle notizie di reato, salvo che si tratti di ignoti per cui si procede all’iscrizione in un registro diverso, e l’indagine preliminare verterà anche sull’accertarne l’identità. A carico del soggetto iscritto vengono quindi svolte delle indagini da parte del Pubblico Ministero e della polizia giudiziaria, i quali hanno poteri specifici dal sapore inquisitorio per ottenere informazioni e ricercare indizi di colpevolezza in capo all’indagato.

Il sapore inquisitorio è dato dalla segretezza delle indagini, durante le quali non è necessario comunicarne la sussistenza all’indagato: in altre parole, qualsiasi persona può essere in questo momento sottoposto ad indagini preliminari da parte di un pm senza che lo sappia. Questa regola si infrange contro i diritti della persona sottoposta ad indagine, la quale è raggiunta dall’avviso di garanzia nel momento in cui il suo difensore (cioè avvocato) ha il diritto di assistere ad un atto di indagine che richieda la sua presenza. Ed il carattere inquisitorio è temperato specialmente nella fase del giudizio dove il principio ispiratore è quello accusatorio, per cui le prove si formano in giudizio di fronte al giudice.

Ed è per questo motivo che nel giudizio non possono essere utilizzate le prove raccolte durante le indagini preliminari, salvo che sia stato disposto un incidente probatorio oppure che l’indagato abbia fatto richiesta di accedere al rito abbreviato, casi in cui le prove acquisite nella fase delle indagini preliminari vengono utilizzate per emettere la sentenza di condanna o di assoluzione. A che cosa servono quindi le prove raccolte durante le indagini preliminari? Servono a valutare l’opportunità dell’esercizio dell’azione penale da parte del pm, ovvero a soppesare la fondatezza dell’accusa affinchè il GUP non rinvii a giudizio imputati al cui carico non sussistano sufficienti prove per sostenere un’accusa in giudizio, rispondendo così a un’esigenza di economia processuale, per cui si tende ad evitare la celebrazione di un rito manifestamente infondato, nell’ottica del risparmio di tempo e di risorse ad una macchina della giustizia che -per conto suo- è già appesantita e versa in condizioni di bisogno.

Altra garanzia è rappresentata dal fatto che qualsiasi atto disposto dalla polizia giudiziaria oppure dal pm (sequestri, arresto, intercettazioni telefoniche, apertura di corrispondenza, perquisizioni ed ispezioni personali -di cui parleremo in una delle prossime puntate de l’angolino della procedura-) debba essere convalidato dal GIP, a pena di decadenza oppure di sanzione disciplinare per la polizia. Il GIP, cioè giudice per le indagini preliminari, è il giudice che garantisce il corretto svolgimento delle indagini preliminari, e che controlla l’attività del PM evitando che questi abusi della sua posizione e dei suoi poteri, e che vigila sul rispetto dei tempi delle indagini.

Le indagini preliminari infatti non possono durare più di 6 mesi, con alcune eccezioni e proroghe, fino a 18 mesi, termine ulteriormente prorogabile ma che comunque non può eccedere i due anni di indagine, e solo nel caso di reati di competenza delle procure distrettuali antimafia. Alla fine delle indagini preliminari viene comunicato all’indagato mediante avviso, la conclusione delle indagini preliminari, se non dev’essere disposta l’archiviazione; in questo avviso vengono elencate diverse cose, fra le quali le più importanti sono l’imputazione, la data e il luogo del fatto,e le facoltà di difesa, che includono la richiesta al pm di compiere ulteriori atti di indagine, la possibilità di essere sottoposti ad interrogatorio.

A seguito della chiusura delle indagini preliminari si apre l’udienza preliminare, di cui parleremo in un’altra puntata.

Riferimenti agli articoli 326 – 415bis del codice di procedura penale.