Egitto: Inchiesta su registrazioni in cui si parla di detenzione “illegale” di Morsi

Per il Procuratore generale dell’Egitto, le registrazioni sono un falso e sono state veicolate in rete dalla Fratellanza Musulmana con il supporto di soggetti stranieri

Il procuratore generale dell’Egitto ha aperto un’inchiesta riguardo ad alcune registrazioni audio, a suo avviso false, in cui un ex alto responsabile afferma che l’ex presidente Mohamed Morsi è stato detenuto illegalmente, subito dopo il colpo di stato che ha portato alla sua destituzione. Ricordiamo, a tale proposito, che il leader della Fratellanza Musulmana, in questo momento sotto processo, è stato deposto dalle forze del comandate Abdel Fatah al-Sisi, attuale capo di Stato, il 3 luglio del 2013.

E’ opportuno premettere che la Fratellanza, tutt’oggi in guerra contro il regime di al-Sisi, si è macchiata di pesanti crimini quando era al potere. Tuttavia, resta il fatto che Morsi fu democraticamente eletto e che l’attuale presidente è riuscito ad imporsi attraverso una sanguinosa repressione e la violazione dei diritti umani. Inoltre, le elezioni che lo hanno visto vincitore, secondo molti osservatori, si sono svolte in un clima di Stato di polizia, che tutt’oggi continua. A pagarne le conseguenze non sono solo le forze islamiste, ma anche attivisti per i diritti umani e oppositori progressisti. Ma come vi abbiamo raccontato, l’occidente ha voltato la testa dall’altra parte (Italia compresa), considerando il rais egiziano l’unico interlocutore affidabile nel Maghreb.

Tornando alle registrazioni, segnaliamo che vari canali satellitari pro-Morsi le hanno diffuse, sostenendo che una delle voci dei nastri sarebbe quella di Mamdouh Shahine, all’epoca consigliere legale del comandante dell’esercito al-Sisi. Il fedelissimo del comandante ammonisce gli alti responsabili che i procedimenti giudiziari contro il leader della Fratellanza rischiano di non stare in piedi, se non saranno falsificati alcuni documenti.

Inoltre in una delle conversazioni audio, sempre Shahine, pare che spieghi, all’allora ministro degli Interni Mohamed Ibrahim, che Morsi è prigioniero in un edificio di proprietà dell’esercito e non in un penitenziario. E ciò, ovviamente, rappresenta un atto fuori dalla legalità.

Le registrazione sono finite sui social network ed hanno così avuto una larga diffusione. Il procuratore generale, allora, ha deciso di intervenire, affermando che la Fratellanza “utilizza i media, con il supporto di soggetti esteri […] Fa uso della tecnologia moderna per inventare telefonate e coinvolgere personaggi pubblici e leader, al fine di creare caos e turbare la sicurezza“. Dove sta la verità? Difficile dirlo, visto la situazione che vive il paese. Se gli islamisti fanno certamente uso dei social per reclutare adepti e fomentare attentati, non è da escludere che nelle registrazioni ci sia del vero, soprattutto tenendo presente il comportamento che ha avuto finora il governo de Il Cairo.

Inutile girarci intorno, in Egitto è ancora guerra civile ed è la popolazione più povera e gli attivisti pacifici (molti dei quali in carcere) che ne pagano il prezzo più alto. E che nel paese non si siano fatti grossi passi in avanti dopo le rivolte di Piazza Tahrir è stato certificato, ancora una volta, il 29 novembre scorso, con il proscioglimento dell’ex presidente Hosni Mubarak dalle accuse di omicidio.

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