La rivoluzione di Rosy Bindi: “Torniamo all’Ulivo”

Intervistata dal Corriere della Sera l’ex-ministro della salute del centrosinistra spiega il voto sul Jobs Act e avvisa: “Renzi ha deluso, è in caduta”

Intervistata dal Corriere della Sera di oggi Rosy Bindi si erge a paladina di quella parte “dissidente” del Partito Democratico, che ieri ha lasciato l’Aula (e, in due, votato contro) durante il voto della Camera sul Jobs Act.

L’intervista, firmata da Monica Guerzoni, guarda a tutto tondo il nuovo corso politico del PD che, è evidente dai toni e dalle parole utilizzate dall’ex ministro della Salute (ed ex Presidente del Partito Democratico), non piace tanto alla vecchia guardia quando ad una frangia piuttosto ampia della “sinistra interna al PD”.

Le prime parole di Rosy Bindi sono tutte per il Jobs Act, parole che sconfessano il ministro Poletti, che ieri aveva spiegato come in verità anche i dissidenti “erano d’accordo” sul provvedimento: Bindi parla e motiva un dissenso profondo, ideologico e politico, sull’intero Jobs Act, parlando chiaramente di “un passo indietro” profondo, che va contro (dice Bindi) le parole del Papa.

Motivi, questi, che allontanano l’elettorato:

“Tra Emilia e Calabria il Pd ha perso 750 mila voti. Se alle Regionali avessero votato gli stessi elettori delle Europee dovremmo dire che oggi il Pd è tornato al 30%, un numero più vicino al 25 di Bersani che non al 41 di Renzi. […]
La rottura della politica col Paese reale è profonda e sembra rimarginarsi quando gli italiani si affidano al salvatore di turno, per poi delusi andare a ingrossare l’unico partito che vince, quello dell’astensione. Il voto di domenica dimostra che è iniziata la parabola discendente, anche di Renzi.”

Ha detto Bindi, negando alcun “gioco interno” al Partito Democratico, che non interessa nè all’elettorato nè a lei: l’ex ministro attacca il patto del Nazareno (“non ha più futuro”), la Legge di Stabilità (“c’è bisogno di sostegno vero”) e la paventata riforma Costituzionale (“così è irricevibile”). All’ex ministro viene allora chiesto se, allo stato attuale, non sia più “etico” e sensato, politicamente, abbandonare il PD:

“Se il Pd torna a essere il partito dell’Ulivo, che unisce e accompagna il Paese, non ci sarà bisogno di alternative. Ma se il Pd è quello di questi ultimi mesi, è chiaro che ci sarà bisogno di una forza politica nuova. […]
Renzi sbaglia quando si paragona al partito a vocazione maggioritaria di Veltroni, che prese il 33% e ridusse la sinistra radicale a prefisso telefonico. Quello era collocato nel centrosinistra e non ambiva a fare il partito pigliatutto. Se il Pd è quello di questi mesi una nuova forza a sinistra non sarà residuale, ma competitiva. E sarà un bene per il Paese, se non vogliamo che il confronto si riduca ai due Matteo. Sarà una sinistra riformista e plurale, ma sarà una sinistra. Sarà il Pd.”

Parole chiare che connotano una resa dei conti in tempi brevi, nel PD, dopo anche altri malpancisti (come Civati e Bersani, che tuttavia ieri ha votato il provvedimento alla Camera) un nuovo partito sarà inevitabile.