Renzi, piazze vuote e urne … vuote?

Così come l’altro giorno a Bologna, anche ieri a Cosenza Matteo Renzi deve chiudere la campagna elettorale delle regionali (Emilia Romagna e Calabria) all’interno di un palasport e di un auditorium e non in piazza, causa contestatori decisi al lancio di uova e altre … prelibatezze.

Sbaglia, ovvio, chi sceglie una protesta comunque violenta, da condannare senza se e senza ma, pur se espressione di una delusione e di una volontà di dire “no” a premier e governo, ben più ampia e profonda di queste frange urlanti nelle piazze. Sono segnali che evidenziano la difficoltà del momento e del rapporto fra il premier-segretario Pd e la “sua” base.

L’esempio eclatante viene da Bologna dove Renzi parla davanti alle (troppe) sedie vuote, quando basterebbero solo tutti gli amministratori emiliani piddini (sindaci, assessori, consiglieri di comuni e partecipate) per fare il pienone.

Rovesciando la famosa dichiarazione di Pietro Nenni (“piazze piene, urne vuote”), domani il pidì renziano dovrebbe fare il pieno dei voti: ma non sarà così, perché l’astensionismo pesa come una spada di Damocle, proiettando il disagio regionale in ambito nazionale, con ripercussioni politiche sicuramente significative.

Nell’epoca della politica virtuale, dei partiti liquidi, del leaderismo dei capi, contano – si dice – i voti: ma se poi a votare ci va sempre meno gente, queste leadership quale valore hanno sul piano politico, istituzionale, democratico? Che credibilità ha, domani, un presidente di regione se alle urne va la metà degli aventi diritto al voto e si diventa governatori con una netta minoranza dei propri amministrati?

La gente non va a votare perché delusa e convinta che il proprio voto non conta nulla. Questo è il punto, conseguenza di una politica ridotta al leaderismo dei capi, che decade sempre più nel populismo.

“E al popolo – scrive il sempre attento Ettore Bonalberti – privato ormai da qualsiasi diretta rappresentanza, specie a quello che più soffre la condizione di precarietà e emarginazione sociale, non resta che l’esplosione violenta di piazza, primi segnali di una latente rivolta sociale che nemmeno il forzato ottimismo de il Bomba fiorentino riesce a frenare”.

Bonalberti lancia l’allarme: “Attenzione, però, perché quando viene meno la capacità di rappresentanza della politica, al popolo non resta altra strada che quella della protesta e della rivolta”.

Manca solo una goccia per fare traboccare il vaso, con i cittadini decisi a dare un segnale forte. Non siamo (ancora) alla “rivolta”, ma alla protesta sì: quella che porta a disertare le urne. Domani sapremo già, con le elezioni in Emilia Romagna e in Calabria, se è così.