Renzi e Berlusconi ai “ferri corti”: patto del Nazareno messo ko dal voto dell’Emilia Romagna?

Non è bello che Matteo Renzi, in una regione come l’Emilia Romagna, sia “costretto” per motivi di sicurezza a chiudere la campagna elettorale non in piazza ma nel chiuso di un palasport.

Non sono i gruppi di protesta che lanciano al premier slogan feroci misti a uova e pomodori il termometro del consenso verso Renzi e il Pd, bensì la base dello stesso partito del segretario-premier delusa dall’operato del governo degli annunci e scossa dalle note vicende più o meno scandalose relative ai “compagni” che nella ex regione rossa gestiscono da sempre il potere.

C’è, specie in zone della ex Emilia rossa chi ha nostalgia dell’ex Pci e si commuove per la … commozione di Livia Turco che piange in tv perché i compagni non si iscrivono più al Pd.

Scrive Giovanni Di Capua: “la Turco è una donna politica rispettabile. Che, però, non si arrende al logorio dei tempi; e non riesce neppure più a comprendere che idee, metodi di lotta, correnti politiche, misure per affrontare le fasi recessive dell’economia e tutto l’armamentario tradizionale dei partiti, non piacciono più alla grande maggioranza di donne e uomini che sono stati a lungo comunisti e non hanno ancora preso atto che, almeno da venticinque anni, l’internazionalismo sovietico non è più nei cuori e nei desideri di milioni di persone che subivano e non condividevano il promesso paradiso in terra. Questo radicale ribaltamento di sentimenti, di impulsi, ma anche di gestioni autoritarie, non è più proponibile. E comunque non può più tornare, né costituire una sinistra che, sentendosi accerchiata dall’Occidente democratico, continuava ad opporvisi nel segno della conservazione di rendite di potere”.

Ecco, non viene dalle lacrime della compagna Livia il pericolo per Renzi ma dalle famiglie che non arrivano più a fine mese, dai piccoli e medi imprenditori costretti a raschiare il barile dei loro risparmi o costretti a chiudere, dagli anziani con il welfare sempre più ridotto, dai giovani senza futuro.

L’illusionismo renziano, proprio in Emilia Romagna potrebbe sfociare domenica alle urne in un segnale inequivocabile con un astensionismo record da rimettere tutto in discussione, non solo a livello regionale. Renzi, per ora, tira diritto convinto di avere ragione e soprattutto nella certezza che allo stato attuale non ci sono alternative plausibili. Anche se la maggioranza governativa sopravvive più che per una compattezza interna grazie alle “maggioranze variabili” che si vanno componendo.

Dice Giorgio Tonini della segreteria del Pd: “La differenza rispetto all’ultima legislatura di Prodi è che l’opposizione non è un moloch compatto, ma sono tante: da Sel alla Lega, da Fi al M5s. E raramente votano compatte. In queste ore, ad esempio, sulla giustizia Forza Italia è contro di noi e il M5s vota con noi. Nell’aula del Senato c’è uno sfrangiamento che finora ci consente di andare avanti non dico con tranquillità, ma con un margine di sicurezza”.

Gli umori sono però grigi, volgono alle tinte più scure, dentro e fuori al Palazzo. L’astensionismo record (se ci sarà) in Emilia Romagna non solo potrebbe togliere la foglia di fico e mettere a nudo la crisi del Pd e una “botta” elettorale subita (come prevedibile) da Forza Italia –addirittura superata dalla Lega di Salvini – potrebbe indurre lo stesso Berlusconi a far saltare il Patto del Nazareno, addossando a Renzi tutte le colpe per le mancate riforme, accentuando gli attacchi contro il governo, bombardando mediaticamente con un nuovo programma populista, puntando decisamente alle elezioni politiche anticipate.

Forse è proprio quello che vuole Renzi. Per chi suona la campana?