Egitto: si consolida Regime militare e viene chiesta pena di morte per Morsi

Al-Sisi amplia la giurisdizione dei tribunali militari e continua ad usare il pugno duro contro la Fratellanza Musulmana. Ma il suo atteggiamento rappresenta veramente un freno all’avanzata dello jihadismo?

L’ex presidente Morsi nella gabbia degli imputati

La procura generale egiziana ha fatto richiesta alla Corte d’Assise di condannare a morte l’ex presidente e leader della Fratellanza Musulmana, Mohammed Morsi, e altri 35 suoi fedelissimi.

L’accusa per tutti è quella di spionaggio, ovvero di aver fornito informazioni riservate a gruppi stranieri, legati a formazioni jihadiste, allo scopo di mettere in atto attentati terroristici. In cima alla lista di queste formazioni ci sarebbero Hamas e Hezbollah. Inoltre, è stata formulata anche un’altra imputazione per gli esponenti della Fratellanza, quella cioè di aver tramato per trasformare il Sinai in un emirato islamico in caso di sconfitta alle elezioni del 2012.

Molto probabilmente la richiesta sarà rigettata, ma allo stesso tempo l’ex presidente e i suoi collaboratori andranno incontro a pene severissime. E a conferma che lo Stato egiziano ha scelto la tolleranza zero per i temuti nemici, oggi gli apparati di sicurezza nel governatorato di Menoufeya, nel Delta del Nilo, hanno arrestato anche Mohamed Ali Beshr, ex ministro dello sviluppo locale del governo Morsi.

Ricordiamo che fino all’aprile scorso sono stati già condannati a morte 700 membri della Fratellanza, perché avrebbero fomentato le insurrezioni che hanno infiammato il paese dopo il luglio del 2012. Ma in realtà, più che per le “colpe” del passato, i membri del movimento islamista sono finiti tutti alla sbarra per il loro attuale attivismo, mai sedato dal presidente in carica Abdel Fattah al-Sisi. In questo modo, Il Cairo prova a domare quella che è, al di là dei giri di parole, una vera e propria guerra civile.

Dopo gli ultimi attentati che hanno insaguinato l’Egitto e la proclamazione dello stato di emergenza nel Sinai, il governo in carica continua ad usare il pugno duro per nascondere le sue debolezze. Da una parte al-Sisi, appoggiato da Arabia Saudita e occidente, continua a fornire un’immagine rassicurante al mondo del suo paese (cercando di rilanciare il turismo con gli operatori internazionali), ma dall’altra fatica a tenere l’ordine.

E’ in questo contesto che Il Cairo, nel silenzio assordante della comunità internazionale, ha deciso l’ampliamento della giurisdizione dei tribunali militari per frenare il dissenso interno. Il decreto presidenziale (n.136/2014) dispone che le strutture pubbliche (comprese le università) saranno messe sotto la giurisdizione militare, in nome della lotta al terrorismo. Inoltre, statuisce che le forze armate dovranno offrire supporto alla polizia nella messa in sicurezza delle medesime strutture.

Tale operazione è stata fortemente criticata da Human Rights Watch, affermando che in questo modo si equipara il dissenso al terrorismo e che molti civili finiranno per essere giudicati dalle corti militari, da sempre poco rispettose dei diritti umani.

Allo stato attuale non possiamo non ribadire come la primavera egiziana sia sfociata in un grande fallimento. Le forze più sociali e laiche non hanno avuto la spinta necessaria per contrastare i membri del vecchio regime e l’avanzata dell’estremismo islamista. L’occidente, per parte sua, non ha aiutato quelle forze, ma ha finito con l’appoggiare al-Sisi perché considerato un fattore di stabilizzazione e antidoto all’avanzata dell’Isis e delle altre milzie jihadiste, in Libia come nel Sinai. Inoltre, il presidente egiziano in carica sta benissimo anche a paesi come Arabia Saudita ed Emirati Arabi, che vedono la Fratellanza come una minaccia interna al loro potere.

Ma siamo sicuri che al-Sisi rappresenti un freno all’avanzata dell’estremismo? Lo stato di polizia che ha disegnato nel suo paese, in realtà, ha finito per rafforzare l’avanzata dell’islamismo radicale, mentre in Libia (è di ieri la notizia) i miliziani dell’Isis sono arrivati alle porte di Tripoli.

Nessuno nega la pericolosa tendenza fondamentalista che aveva preso il regime di Morsi. Ma l’occidente, forse, non ha saputo interrogarsi sulle conseguenze di un suo rovesciamento da parte dell’esercito. Si è così lasciato fare all’attuale presidente, che ha orchestrato un golpe ed è andato al potere nel 2014, attraverso elezioni che definire democratiche è quanto mai ardito. Il clima da dittatura militare che si respirava in quei giorni in Egitto non è passato inosservato a molti attenti osservatori.

Inoltre, è opportuno ricordare che nel 2013, dopo la caduta del governo, l’allora capo delle forze armate al-Sisi ha messo in atto quello che da molte organizzazioni internazionali è stato denunciato come un vero e proprio crimine contro l’umanità: l’uccisione di 700 manifestanti che reclamavano il reintegro di Morsi.

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