Libia, miliziani dell’Isis alle porte di Tripoli

Pubblicate fotografie che ritraggono miliziani dello Stato Islamico nella provincia di Tripoli: il fondamentalismo trova terreno fertile nel caos libico

Per la prima volta in rete sono comparse alcune fotografie ufficiali che ritraggono miliziani dello Stato Islamico in Libia: sul cofano dei pick-up compare la nera bandiera dell’Isis, i volti travisati da passamontagna sintetici neri e mimetiche chiare, le armi d’assalto con la canna rivolta verso l’alto e il dito indice che indica Allah.

Miliziani Isis nella provincia di Tripoli, nord della Libia


Mentre il mondo, il resto del mondo, fatica a comprendere (o rifiuta di farlo) ciò che succede nel mondo arabo, per la prima volta le vestigia dell’Isis lambiscono le rive sud del Mediterraneo: le foto sono state scattate nella provincia di Tripoli, alle porte della capitale libica.

I miliziani del Califfato di Derna (la Libia appunto) hanno pubblicato alcune fotografie che li ritraggono in atteggiamenti inequivocabili.

Era già successo in occasione dell’uccisione dell’ostaggio francese Hervé Pierre Gourdel in Algeria, ma i jihadisti del gruppo Jund al-Kilafa non erano a tutti gli effetti membri effettivi dello Stato Islamico ma “semplici”, seppur “privilegiati”, simpatizzanti.

Gli algerini pubblicarono un video (di scarsa qualità, pessima se rapportata agli holliwoodiani video della propaganda dell’Isis, affidati alla Fondazione al Furqan, come spiega Daniele Raineri sul Foglio di ieri) con loghi e modalità molto simili a quelli del Califfato, ma effettivamente non ne erano membri.

Nelle fotografie in alta qualità scattate nella provincia di Tripoli invece l’ufficialità è il primo obiettivo delle stesse immagini (pubblicate su un portale, manbar.me – il dominio è montenegrino -, molto utilizzato dai jihadisti), che vogliono rendere riconoscibili gestualità, simbologia e preparazione militare dei miliziani dell’Isis.

Non abbiamo idea se le persone ritratte nelle fotografie siano cittadini libici o meno: data la natura transnazionale dello Stato Islamico (sia dal punto di vista geografico che da quello politico, i foreign fighters sono soliti bruciare i passaporti davanti alle telecamere della propaganda per dimostrare la loro unica appartenenza allo Stato Islamico).

L’Europa e il mondo cominciano a dover rendere conto degli errori militari, politici e diplomatici in Libia, abbandonata a se stessa -o semplicemente riconsegnata alle multinazionali petrolifere che lavoravano nel paese prima della Primavera araba del 2011 e della guerra di Libia dello stesso anno- e divenuta così terreno fertile per il fondamentalismo. La stessa cosa, con tempi più lenti e difficoltà maggiori, sta succedendo anche in Tunisia, dove il giornalista Mauro Mondello ha tenuto un’affascinante cronaca delle recenti elezioni sul quotidiano laRepubblica.

Le foto di oggi dimostrano come la guerra in Libia sia stato un regolamento di conti internazionale, terminato il quale il grande paese africano è stato dimenticato: eppure dalla Libia partono 9 barconi su 10 diretti verso la Sicilia, in Libia capita facilmente, sopratutto a Tripoli, di incontrare persone dal fluente italiano e la Libia rappresenta il ponte europeo sul continente africano: non l’Egitto dei militari, non i paesi centroafricani dei dittatori sanguinari, bensì la Libia è la “porta dell’Africa” per l’Europa e per i suoi investitori: Isis permettendo.