Obama e San Suu Kyi: “Elezioni 2015 in Birmania siano libere”

Barack Obama ha incontrato, a Rangoon, Aung San Suu Kyi, leader dell’opposizione non violenta al regime militare della Birmania. E ha chiesto elezioni libere e trasparenti nel 2015.

Il presidente americano Barack Obama ha incontrato a Rangoon, in Birmania, il leader dell’opposizione non violenta al regime militare del Paese, Aung San Suu Kyi. E ha affermato che la democratizzazione in Birmania non è “né completa, né irreversibile”. In previsione delle elezioni, programmate per il 2015, il numero uno della Casa Bianca, ha chiesto che siano “libere, trasparenti e inclusive”.

Obama ha anche annunciato che gli Stati Uniti inizieranno a mandare volontari dei Peace Corps in Birmania l’anno prossimo. I volontari seguiranno una formazione di tre mesi per imparare la lingua, la cultura e i bisogni tecnici del Paese. Poi, presteranno servizio sul posto per due anni. Il presidente americano, nel suo discorso, ha nominato la minoranza dell’etnia Rohingya, 1,3 persone perseguitate e segregate nello stato occidentale birmano di Rakhine. Erano stati proprio loro a chiedere a Obama di pronunciare il loro nome, visto che il governo nega l’esistenza di questa popolazione. “La discriminazione contro i Rohingya o qualsiasi altra minoranza religiosa non esprime il tipo di paese che la Birmania vuole essere in futuro”.

Suu Kyi, da parte sua, ha definito “ingiusta e antidemocratica” la Costituzione in vigore, che le vieta di candidarsi alle prossime consultazioni. Qualche segnale di apertura, in realtà, era arrivato alla fine di ottobre dall’ufficio di presidenza, che ha parlato di disponibilità da parte del Parlamento a discutere di una riforma costituzionale.

San Suu Kyi Nobel per la Pace

Nel 1991, San Suu Kyi ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace. Prima di questo riconoscimento, era stata insignita anche dei premi Rafto e Sakharov. Nel 1988 era entrata ufficialmente in politica, fondando la Lega Nazionale per la Democrazia. Personaggio subito scomodo, un anno dopo le erano stati imposti gli arresti domiciliari, con la concessione che avrebbe potuto abbandonare la Birmania se voleva. Proposta che Suu Kyi rifiutò.

Nel 1990, alle elezioni, fu proprio il suo partito a stravincere e lei sarebbe dovuta diventare primo ministro, ma i militari annullarono le consultazioni e presero il potere con la forza. L’anno dopo, come detto, per la leader birmana arrivò il Premio Nobel e, con i soldi del riconoscimenti, la donna costituì il sistema sanitario e di istruzione nel Paese.

Gli arresti, i soprusi e il seggio

Solo nel 1995 le sono stati revocati una prima volta i domiciliari, ma Suu Kyi è rimasta comunque in uno stato di semi libertà: vietato lasciare il Paese – in questo caso, le sarebbe stato vietato rientrarvi – divieto di visita da parte dei suoi familiari. Gli Stati Uniti sono sempre stati al fianco della Lega Nazionale per la Democrazia. Anche quando i militari hanno rinnovato l’arresto, nel 2005 e per altri due anni consecutivi.

Tutta la comunità internazionale ha fatto enormi pressioni sulla giunta birmana perché liberasse una volta per tutte Aung. E il 13 novembre del 2010, finalmente, l’attivista e politica ha potuto lasciare la sua abitazione. Conquistando, il primo aprile del 2012, un seggio al Parlamento. Ha visitato diversi Paesi, dopo la liberazione, e ha ritirato il Premio Nobel, sempre nel 2012.

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