Rugby&Doping – Il caso Springboks cancellerà l’ipocrisia?

Il doppio caso di doping scoppiato in questi giorni attorno ai campioni del mondo del Sud Africa, con Chiliboy Ralepelle e Bjorn Basson trovati positivi a uno stimolante ha scosso il mondo ovale. Partendo dalla presunzione d’innocenza, e sottolineando come entrambi i giocatori neghino di aver assunto volontariamente sostanze dopanti, Planetrugby.com e l’editorialista Ross Hastie,

Il doppio caso di doping scoppiato in questi giorni attorno ai campioni del mondo del Sud Africa, con Chiliboy Ralepelle e Bjorn Basson trovati positivi a uno stimolante ha scosso il mondo ovale. Partendo dalla presunzione d’innocenza, e sottolineando come entrambi i giocatori neghino di aver assunto volontariamente sostanze dopanti, Planetrugby.com e l’editorialista Ross Hastie, finalmente, chiedono che l’ipocrisia ovale intorno alle droghe sparisca.

Ecco cosa scrive Hastie. Parole che condivido in pieno.
Le prime indicazioni suggeriscono che la spiegazione più probabile per la positività di Chiliboy Ralepelle e Bjorn Basson sia l’assunzione di un integratore “avariato” e non un tentativo consapevole di migliorare le loro prestazioni.
Mentre il mondo del rugby dorme meglio sapendo che gli Springboks non usano intenzionalmente droghe, il caso ha evidenziato una tendenza preoccupante nell’atteggiamento dello sport al doping.
La triste verità è che il doping nel rugby è un problema più grande di quanto la maggior parte di noi vorrebbe ammettere, soprattutto nelle categorie inferiori. In uno sport dove potenza, esplosività, aggressività e reazione sono di vitale importanza, un piccolo aiuto farmacologico può essere molto allettante.
Non stiamo accusando, badate bene, gli Springboks o singoli giocatori di barare intenzionalmente, ma semplicemente ribadiamo che negare un problema su scala più grande è ingenuo. Sport come il ciclismo sono colpiti da anni da scandali doping, ma non si può negare che chi governa il ciclismo fa più test di qualsiasi altro sport. Più test significa ovviamente più atleti trovati positivi.
“Questa è la terza volta quest’anno che Chiliboy fa il test antidoping, e in entrambi i casi precedenti i risultati sono stati negativi – ha detto coach Peter de Villiers questa settimana –. Otto giocatori in campo sono stati testati prima di arrivare qui ed erano tutti puliti”. Solo tre test in un anno? Per un atleta internazionale? Solo otto i test effettuati in una squadra di 30 giocatori?
Io non sono in alcun modo dicendo che Ralepelle sarebbe stato trovato positivo se fosse stato testato più spesso, ma se le autorità pensano che fare tre test in un anno sia sufficiente per scovare chi si dopa, allora stanno scherzando. Considerando che le anfetamine – che ti fanno sentire come un incrocio tra Superman e un toro furioso – vengono eliminate dal corpo in pochi giorni, è chiaro che con questi test ci si può pompare tranquillamente in allenamento.
Ho letto con qualche sgomento la reazione di Basson alla sua positività. “Sono fiducioso per il futuro e io non sono particolarmente preoccupato perché so di essere innocente e la squadra lo sa” ha detto l’ala. Se Basson pensa che la World Anti-Doping Agency (WADA) accetterà senza problemi la linea difensiva del “è stato un errore”, allora si sbaglia di grosso. Quello che Basson sembra non capire è che lui e il suo compagno di squadra Chiliboy Ralepelle sono in guai grossi, solo per il fatto che nel loro sangue sia stato trovato del methylhexaneamine. Anche se giurano di non averlo preso apposta. La legge anti-doping afferma in modo molto chiaro che è responsabilità di ogni singolo atleta di assicurarsi che qualsiasi cosa assuma non sia in contrasto con i regolamenti anti-doping.
Il velocista nigeriano Damola Osayemi ha perso la medaglia d’oro durante i Giochi del Commonwealth del mese scorso a New Delhi dopo che lo stesso stimolante è stato rilevato nel suo campione di urina e nove atleti australiani sono stati sospesi perché risultati positivi alla stessa sostanza. E l’anno scorso cinque atleti giamaicani hanno subito sospensioni di tre mesi nonostante molecole di methylhexaneamine fossero state trovate negli integratori (legali) distribuiti durante i Campionati giamaicani.
Naturalmente la realtà della situazione è che la maggior parte degli atleti si fida dei propri medici e dirigenti. A meno che gli stimolanti siano stati usati come droga ricreazionale – cosa di cui dubitiamo – i medici del Sud Africa avranno molto da spiegare. Uno dei problemi che i medici e gli atleti devono affrontare è che methylhexaneamine spesso può apparire nella lista degli ingredienti negli integratori alimentari con un nome diverso, come per esempio “1,3-dimethylamylamine”. Se non si possono mettere sotto accusa gli integratori, si pone, però, il problema di quali sarebbero stati i risultati se fossero stati di più i giocatori testati.
L’intera vicenda è sicuramente frutto del caso, ma se aiuterà a modificare i comportamenti e a sradicare il doping, rendendo i giocatori più consapevoli prima di accettare di inghiottire tutti i tipi di pillole, forse sarà meglio per lo sport.
Purtroppo la più grande area di pericolo è a livello di scuole. Come dice il dottor Ross Tucker, che crede che le autorità anti-doping dovrebbero spostare l’attenzione sullo sport a scuola. “Il doping a livello scolastico è un problema molto grave e si dovrebbe fare di più per impedire che accada – ha detto Tucker, che ha evidenziato i pochi e rari test come la radice del problema -. I giocatori sanno che una performance impressionante quando hanno 16 o 17 anni potrebbe determinare la loro vita e carriera e, come avviene in tutte le discipline sportive, il doping aumenta non appena ci sono soldi in ballo”.
“La triste verità è che gli allenatori e i genitori spesso guardano da un’altra parte per favorire il loro figlio o la squadra. Il tutto perché c’è una bassa probabilità di essere scoperti mentre si è a scuola. Ed è di questo che dovremmo essere molto preoccupati”.
Due giocatori Under 19 del Sud Africa sono stati squalificati due anni per l’uso di steroidi e un altro è stato sospeso tre mesi per essere risultato positivo allo stesso prodotto di Ralepelle e Basson. La Saru e il South African Institute for Drug Free Sport (Saids) hanno promesso di aumentare il numero di test. Naturalmente, il problema non è affatto limitato al Sud Africa. Speriamo che la fama mondiale degli Springboks crei un’eco tale da inviare un campanello d’allarme a tutto il mondo.

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