Egitto: al-Sisi prova a coprire instabilità con Tribunali speciali per violazioni del codice stradale

L’Egitto emana norme molto restrittive per evitare le morti su strada. In realtà le misure, sbandierate dalla stampa locale, evidenziano la grande fragilità del governo de Il Cairo dopo gli attentati di ieri

Il presidente dell’Egitto, Abdel Fattah al-Sisi, ci tiene a mostrarsi come l’uomo con il puggno di ferro, che sa tenere la situazione sotto controllo. Ma gli attentati di ieri a Il Cairo e di Menouf, offrono una fotografia di un paese fortemente instabile.

Mentre la sicurezza egiziana tiene a fatica a bada il terrorismo della Fratellenza Musulmana, al-Sisi, tramite decreto presidenziale, ha deciso di istituire tribunali speciali per le violazioni del codice stradale e di inasprire le pene per chi non rispetta le norme della circolazione. I media egiziani, quasi a compensare lo shock per quanto accaduto nelle ultime ore, presentano come benvenute le nuove norme, che dovrebbero portare ad un significativo decremento delle morti su strada (circa 12 mila l’anno secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità).Ma in realtà le nuove leggi, nella giornata di oggi, appaiono come pura propaganda.

L’unica cosa certa in questo momento è che il governo, nonostante abbia allacciato importanti relazioni diplomatiche ed economiche con Russia e Stati Uniti, fa molta fatica a comprimere l’opposizione islamista. E gli attentati e gli scontri a fuoco si sono moltiplicati nell’ultimo periodo.

Ricordiamo che al-Sisi ha sì deposto un governo che aveva preso una piega pericolosamente fondamentalista e antidemocratica, ma lo ha fatto con un golpe, a cui nel 2014 sono seguite elezioni generali in un clima da dittatura militare. Inoltre, quelle elezioni, nel 2013, sono state precedute da un fatto molto grave (su cui la comunità internazionale è passata sopra). Dopo la caduta del governo, l’attuale presidente, allora capo delle forze armate, ha dato l’ordine di uccidere 700 manifestanti che reclamavano il reintegro dell’ex leader Morsi. Molte organizzazioni internazionali hanno condannato l’accaduto come un vero e proprio crimine contro l’umanità.

La maniera cruenta con cui al-Sisi è salito al potere e ha continuato ad esercitarlo non hanno però stroncato il tentativo di destabilizzazione messo in campo da alcune milizie jihadiste. In particolare ciò è avvenuto nel Sinai, dove qualche giorno fa, dopo un attentato che ha visto la morte di 31 militari, è stato disposto lo stato di emergenza per tre mesi. La scelta ha l’obiettivo di annientare la fazione di Ansar Beit al-Maqdis, collegata alla Fratellanza. Secondo il governo egiziano, questa riceverebbe addestramento nella Striscia di Gaza da Mumtaz Durmush, comandante del gruppo salafita Esercito dell’Islam.

Per questo motivo il governo, dopo l’evacuazione di 1500 famiglie e la distruzione delle loro abitazioni, il governo procede con una capillare militarizzazione del Sinai, favorita dalla chiusura del valico di Rafah. Tale decisione è stata benedetta da Israele, che ha autorizzato l’ingresso nell’area di rinforzi militari, derogando così agli accordi di smilitarizzazione scaturiti dal trattato di pace con l’Egitto. Ciò testimonia quanto Netanyahu e il rais vadano d’accordo in questo momento, il loro obiettivo comune è quello di sconfiggere lo jihadismo.

Per parte sua l’Is (Stato Islamico) tiene un atteggiamento ambiguo. Da una parte accusa la Fratellanza di non avere polso perché avrebbe abbandonato il vero messaggio della shari’a, dall’altro però sembra appoggiarla nel tentativo di sussumerla alla sua causa. Inoltre, le minacce dei miliziani del Califfato contro l’Egitto si intensificano con il passare dei giorni. Su vari siti internet, proprio questa settimana, i combattenti fondamentalisti hanno annunciato attentati a Il Cairo e a Sharm el Sheikh, nota località turistica che il governo di al-Sisi sta cercando di rilanciare con varie campagne pubblicitarie internazionali.

Infine, oggi è arrivata un’altra doccia fredda per il presidente egiziano: la Corte Suprema della Libia ha dichiarato incostituzionali le elezioni dello scorso giugno, sciogliendo così il parlamento di Tobruk, riconosciuto dalla comunità internazionale e da Il Cairo. A tale riguardo, evidenziamo che nel conflitto libico al-Sisi ha giocato una parte attiva, sostenendo i filogovernativi: non solo con aiuti economici, ma anche con raid della propria aeronautica. Il suo obiettivo è ancora una volta quello di bloccare le milizie collegate alla Fratellanza e all’Is, ma anche quello di diventare egemone nell’area maghrebina. Ma con la sentenza odierna, il raggiungimento dell’obiettivo si è fatto decisamente più complicato.

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