Israele: Ok a norma che blocca rilascio prigionieri e pene fino a 20 anni per chi lancia pietre

Israele approva due norme che potrebbero rispettivamente ostacolare i negoziati con l’Anp e inasprire il clima di tensione a Gerusalemme

La Knesset (il parlamento israeliano) ha approvato una norma che rischia di compromettere ulteriormente le possibilità di futuri negoziati con l’Autorità Nazionale Palestinese (Anp). Il nuovo dispositivo assegna ai giudici il potere di condannare gli imputati per omicidio con l’aggravante di “circostanze straordinariamente gravi“. E un detenuto condannato con questa aggravante non potrà più rientrare in un eventuale scambio di prigionieri.

La legge è stata un’iniziativa del partito di governo ed ultra-nazionalista Focolare Ebraico, lo stesso che si batte per il continuo incremento delle colonie illegali nei territori occupati. Ma anche se la proposta è venuta dall’estrema destra, il Likud del premier Benjamin Netanyahu non ha fatto troppa fatica a sostenerla.

Come è noto, lo stop alla costruzione di nuovi insediamenti colonici e lo scambio dei prigionieri politici sono due condizioni essenziali per porre le basi di una qualsiasi trattativa con l’Anp: anche nell’ultimo negoziato, naufragato lo scorso aprile, Israele ha rilasciato 78 detenuti (solo una parte di quelli che si era impegnata a consegnare). Tel Aviv, però, sembra voler andare nella direzione opposta a quella di una riapertura del dialogo.

Ovviamente, è giusto specificarlo chiaramente, la norma non bloccherà il rilascio di tutti i detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, che sono circa 7 mila.

Tuttavia, è altrettanto opportuno rimarcare che alla questione dei detenuti per crimini gravi si somma quella della condizione dei prigionieri palestinesi in generale, soprattutto di quelli che finiscono in detenzione amministrativa: ovvero senza un processo e accuse precise. Questi hanno denunciato la loro condizione con uno sciopero della fame durato due mesi, fino al luglio scorso. L’Onu ha provato a convincere il governo di Israele a sbloccare la situazione, ma non c’è stato nulla da fare. Anzi, per tutta risposta, Netanyahu ha provato a far passare una legge che imponesse l’alimentazione forzata. Fortunatamente il progetto non è andato in porto perché sarebbe stata una vera aberrazione, lesiva dei diritti di prigionieri che non hanno la facoltà incontrare i loro legali e che vengono tradotti continuamente da un carcere all’altro.

Ma un’altra decisione, predisposta dal governo di Tel Aviv, sta facendo molto discutere in queste ore: si tratta di un emendamento del codice penale. Tale misura prevede pene fino a 20 anni di reclusione per i palestinesi che lanceranno pietre contro obiettivi israeliani (sono previsti addirittura 5 anni di carcere per chi tirerà sassi contro le vetture della polizia).

Netanyahu ha cosi presentato l’emendamento: “Israele sta agendo con forza contro i terroristi, contro chi lancia le pietre, le bombe molotov e i petardi ” (Nena news). Ovviamente, tale presa di posizione non può non contribuire ad inasprire il clima di tensione.

Nell’ultimo periodo, ad attentati contro i civili israeliani hanno fatto eco morti sospette di giovani palestinesi nei territori (come quella del quindicenne Orwa Abdul Wahab Hammad a Ramallah) e divieti segregazionisti e militarizzazione di Gerusalemme est predisposti dalle autorità israeliane.

In questo contesto si è verificato il caso del tentato omicidio del rabbino nazionalista Yehudà Glick. La madre del presunto attentatore ha denunciato ai media che la polizia avrebbe brutalmente ucciso e torturato suo figlio Muataz Hijazi. Il fatto ha dato origine a nuovi cruenti scontri tra le parti, verificatisi ancora questa mattina.

Il governo israeliano, per parte sua, ha soffiato sul fuoco di una vicenda molto controversa, decidendo di chiudere la Spianata della Moschee a Gerusalemme, scelta che avrebbe potuto innescare un’escalation di violenza inaudita. In ogni caso, la Spianata, in questo momento, è di nuovo accessibile ai fedeli islamici.

PALESTINIAN-ISRAEL-CONFLICT