Renzi, “avanti tutta” sul Jobs Act. E sabato gli statali in piazza

Piove, anzi diluvia sull’Italia dalla ripresa dello zero virgola e dai nuovi record sul debito pubblico, ma il premier Matteo Renzi non toglie il piede dall’acceleratore, puntando al traguardo delle riforme e menando fendenti contro i gufi e i nemici in Europa, nel Pd, nella Cgil.

Il botta e risposta con il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker lascia il tempo che trova, una bolla di sapone utile a Renzi per mostrare muscoli virtuali di fronte a una realtà economica del Paese a tinte fosche.

Sul fronte interno il premier-segretario non smorza i toni e incalza sul Jobs Act: “Una riforma di sinistra come non ho mai visto”, da approvare entro il primo gennaio 2015, pronto a porre la fiducia, se necessario.

Una doccia gelata per i dissidenti del Pd che chiedono “almeno” modifiche e il “no” alla ennesima fiducia, un nuovo schiaffo ai sindacati, in forte agitazione, con la Cgil al lavoro per lo sciopero generale di dicembre. Dopo il milione di lavoratori in Piazza San Giovanni, sabato 8 novembre, saranno gli statali a farsi sentire, con una protesta unitaria nazionale.

A Piazza del Popolo a Roma manifesteranno per la prima volta tutte le organizzazioni sindacali dei servizi pubblici (scuola, sanità, funzioni centrali, servizi locali, sicurezza e soccorso pubblico, università, afam, privato sociale) unite dallo slogan #Pubblico6Tu e da una piattaforma comune per chiedere una vera riforma della pubblica amministrazione e del sistema di servizi ai cittadini. Sarà ancora Susanna Camusso a gridare dal palco ciò che pensa di Renzi e del suo governo. Una protesta non solo “politica” ma basata su richieste concrete, non certo corporative.

Queste, in sintesi, le sette proposte sindacali per la riforma dei servizi pubblici: 1) riaprire la contrattazione, sbloccare salari e carriere; 2) investire sulle competenze: dare stabilità e certezza al lavoro, a partire dal personale precario; 3) una vera riorganizzazione dei servizi, degli enti e dei corpi dello stato; 4) costi e servizi standard a tutela dell’universalità; 5) basta dumping contrattuale nel privato che offre servizi pubblici: stesso lavoro, stesso diritto, stesso salario; 6) valorizzazione di istruzione e formazione come leve di crescita – università, ricerca e conoscenza driver dello sviluppo; 7) un sistema della sicurezza avanzato: riorganizzazione, equiparazione delle retribuzioni, valorizzazione della specificità dei Corpi dello Stato.

Una base di discussione reale o un confronto fra sordi? Un fatto è certo: il governo non incide sulla crisi del Paese e conseguentemente la protesta dilaga, organizzata e “tenuta a freno” dal sindacato. Delegittimare la Cgil comporta rischi anche sul piano della tenuta sociale e democratica dell’Italia. Sarà bene che Renzi e i suoi ministri ne tengano conto.